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08.06.2012

Il «granaio d'Europa» in bilico tra Russia e il sogno dell'Ovest

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È il più grande paese europeo, dopo l'immensa Russia che la sovrasta da est. Ma l'Ucraina, per secoli «il granaio d'Europa», dalle sue dimensioni e risorse sembra ricavare solo problemi. Non era quello che speravano gli ucraini nel 1991, dopo il famoso «golpe d'agosto» a Mosca. Un colpo di fortuna inatteso per scuotere finalmente il giogo russo, più che il comunismo. Che per gli ucraini significa solo collettivizzazione forzata: quella che conobbero i 10 milioni di piccoli possidenti agricoli (forse oggi diremmo coltivatori diretti) trucidati sotto Stalin per imporre le grandi fattorie collettive, i «kol'koz» che rifornivano la Russia di grano. Il problema, per Kiev, è sempre stato questo: la Russia. E Stalin non fece che continuare la politica zarista, su scala industriale. Politica che sta bene, chiaramente, anche al nuovo «zar» di Mosca, Vladimir Putin. Troppo ricco, del resto, il territorio che si stende al centro geografico d'Europa: un'immensa pianura fertile, attraversata da fiumi abbondanti e coltivabile fino all'ultimo ettaro. In più, a Est, il bacino minerario del Donetsk. La Russia può cambiare regime cento volte, ma in nessun caso rinuncerà a controllare l'Ucraina. Non servono più nemmeno i carri armati: le armi giuste sono demografia e politica energetica. Colonizzata per decenni, la parte orientale del Paese è abitata da russi e da russofoni, che guardano più a Mosca che a Kiev. Risultato: dopo meno di quattro anni di indipendenza e crisi economica (la Russia centellina i rifornimenti energetici) alle elezioni del 1994 vince l'uomo di Mosca, Leonid Kuchma. Si torna, quasi, all'era sovietica: oligarchia filorussa, corruzione e brogli elettorali che confermano Kuchma al potere nel 1999. Gli ucraini che sognano un futuro come parte dell'Europa ricca, come hanno visto accadere ai fortunati tedeschi dell'Est, ci riprovano nel 2000 riuscendo a portare al governo il filo-occidentale Viktor Yushenko: dura poco, anche per le contraddizioni interne della sua coalizione dove fa bella mostra di sé Yulia Tymoshenko, ricchissima oligarca «scesa in campo» nello schieramento nazionalista. Nel 2002, i filo-russi riescono di nuovo a tornare in sella con Viktor Yanukovich, cui due anni dopo Kuchma vorrebbe lasciare la poltrona di presidente (una tradizionale staffetta russa, perpetuata in questi anni a Mosca da Putin e Medvedev). Con l'appoggio poltico ed economicio di Usa e Ue, Yushenko e la Tymoschenko riescono a scatenare la «Rivoluzione Arancione», far ripetere le elezioni e vincerle: lui è presidente, lei premier. L'Europa plaude, Mosca chiude il rubinetto del gas. Alzando il prezzo da 50 a 230 dollari. Il governo arranca, la Tymoshenko deve dimettersi. Ci riprova ancora nel 2007, dopo elezioni contestatissime. Ma le cose non vanno meglio. Mosca è sempre lì, nella parte orientale del Paese, e le richieste di entrare nella Unione europea e nella Nato si scontrano con le minacce dirette della Russia a Kiev e anche all'Occidente. Le faide nel fronte nazionalista e liberale fanno il resto: la Tymoshenko e Yushenko si scontrano all'ultimo sangue nel 2008, con accuse al vetriolo, leggi trappola, dossieraggio reciproco. Il risultato è inevitabile, dopo tre elezioni anticipate in tre anni. Nel 2010, il filo russo Yanukovich è presidente, Mosca e i suoi «padroni del gas» saldamente al comando. L'anno dopo, la Tymoshenko finisce in cacere proprio per i contratti sul gas, con l'accusa di aver danneggiato il Paese. Un processo politico, conviene l'Unione Europea, che si mobilita per Yulia. Ma il problema resta sempre quello della collocazone geopolitica: l'Ucraina, il gigante che vorrebbe essere a Ovest, ma resta prigioniero dell'Est.


Jean Luc Giorda

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