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11.07.2012

Una sorpresa dal voto in Libia

Il primo Parlamento post-Gheddafi

Una sorpresa dal voto in Libia

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Poteva andare peggio. Sia detto con tutte le precauzioni necessarie per farsi un'idea di un evento complicato, contraddittorio e nuovo come le elezioni per il Parlamento della Libia. Poteva andare peggio perché in un Paese emerso da mesi e non da anni da una dittatura semisecolare e da un passato in nessun modo riconducibile a una tradizione democratica, gli incidenti sono stati sostanzialmente pochi e le violenze localizzate, pare, in alcune aree geografiche, quelle da cui ce le si aspettava. La Libia, Paese immenso e spopolato, conta su meno di tre milioni di aventi diritto al voto e di questi un buon 60 per cento si sono recati alle urne. Dove però se li contendevano non meno di tremilasettecento candidati di oltre cento partiti, molti di più che in qualsiasi democrazia collaudata e frazionata. In questo senso è stata dunque più una festa paesana che una gara fra progetti e ideologie politiche, ulteriormente diluita dal fatto che i seggi in palio erano divisi fra quelli a collegio uninominale e quelli delle liste proporzionali. Si aggiunga, ed è la cosa più importante, che la Libia non ha una tradizione democratica. Qualcuno si rifà ai 42 anni della dittatura di Gheddafi e parla di «restaurazione»; in realtà prima di Gheddafi la Libia era governata da un re estratto da una Confraternita tribale e sostenuto dalle baionette britanniche. Prima la Libia era una colonia dell'Italia subentrata a un secolare dominio turco. Di innovazione, dunque, si dovrebbe parlare e non di restaurazione. Ciò aiuta a spiegare la confusione degli schieramenti, anche se formalmente si potrebbero riunire in due «aree»: quella islamica e quella provvisoriamente definita «liberale». Dai risultati provvisori parrebbe che i «liberali», i moderati - o meglio la somma dei 61 partiti che in qualche modo si riferiscono a principii di una «democrazia laica» - siano in testa. Se confermato, sarebbe un dato entusiasmante, perché proprio la Libia si porrebbe controcorrente rispetto agli altri Paesi nordafricani, a partire dal «gigante» Egitto, che si sono affidati ai partiti e candidati islamici sullo stampo dei Fratelli Musulmani. Uno dei motivi potrebbe essere la leadership che fra i «liberali» esercitano esponenti come Abdel Jalil e Mahmud Jibril, giunti alla ribalta sull'onda della lotta armata contro Gheddafi. L'alternativa «islamica» riceverebbe massicci aiuti finanziari dal Qatar e da altri Emirati del Golfo. Ma a complicare le cose in Libia ci sono le aspre divisioni geografiche, storiche, economiche. Nel ripartire i seggi in Parlamento fra le tre province della Libia, la parte del leone è stata concessa alla Tripolitania, la più popolata, scontentando sia il Fezzan, la remota regione desertica che detiene però il potere petrolifero e della Cirenaica, culla e motore della rivoluzione che ha spodestato (e ucciso) Gheddafi e che rivendica sia un maggior potere globale sia, e anche in alternativa, una autonomia regionale che ne farebbe di fatto uno Stato indipendente. Ecco perché il mondo dovrà aspettare per sapere chi ha vinto veramente a Tripoli, ben oltre i molti giorni che l'ufficio elettorale si è prudentemente riservato prima di proclamare i risultati. Quello eletto non è formalmente, fra l'altro, il primo Parlamento bensì una sorta di Assemblea Costituente, che avrà il compito di gettare le basi istituzionali di un Paese che non è mai stato ad un tempo unitario e democratico. Un compito arduo.

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