Faber cantato dal figlio «Le canzoni di papà? Una buona medicina»
CRISTIANO DE ANDRÈ
Non è da tutti registrare un sold-out al teatro Romano e ripresentarsi in città al palazzo dello sport, pochi mesi dopo. Difficile che riesca a un gruppo rock, ancora più complicato per un cantante pop. Certo, se si portano in tour i classici di Fabrizio De André, diventa tutto molto più semplice. E se si ha il carisma e la voce convincente di Cristiano De André è ancora meglio. Il figlio di Faber sarà stasera alle 21 al Palasport, con una nuova tappa della tournée «De André canta De André», giunto alla seconda tranche dopo i numerosi tutto-esaurito del 2009.
Che tipo di concerto sarà?
Un po' diverso da quello dello scorso settembre. Abbiamo aggiunto altri brani e quindi alcune differenze ci sono. Sono felice di tornare a Verona e spero di replicare la magia della serata al teatro Romano. Mi sono davvero emozionato, quella volta. Mi auguro una buona accoglienza.
Non potrà essere altrimenti: il suo tour è uno degli spettacoli di maggior successo del 2009.
Sì, e devo dire che è stato inaspettato. Cioè, mi aspettavo che arrivasse gente ma non con certi numeri, con i tutto-esaurito. Ero un po' impaurito, all'inizio, dall'intero progetto. Insomma, riproporre i brani di mio padre... Allo stesso tempo però ero convinto del lavoro di riarrangiamento che avevamo fatto con Luciano Luisi. E per fortuna si è convinta anche la gente. È una bella soddisfazione vedere che il pubblico ha apprezzato. E che ha passato parola ad amici e conoscenti.
In effetti, a parte qualche ospitata televisiva (ricordiamo quelle da Fabio Fazio a «Che tempo che fa», a La7, a «Striscia la notizia», ndr), il tour non ha avuto una promozione massiccia.
A dire il vero è stata una strategia voluta. Abbiamo deciso di mantenere un certo profilo. Non è che mi andasse di finire in qualsiasi programma televisivo, tanto per fare presenza. Adesso, comunque, a spingere i concerti c'è anche il cd/dvd registrato dal vivo.
Che cosa c'è alla base dell'idea di riarrangiare classici come «Il pescatore», «Se ti tagliassero a pezzetti» o «Fiume Sand Creek»?
Riportare verso il nostro gusto musicale certe canzoni, rendendole un po' più rock. Uno dei modelli è stata la musica dei Coldplay: un rock acustico e melodico. Ma anche elettrico, direi, molto elettrico. E alla fine ci siamo divertiti. Ci sono canzoni che si prestavano molto. Integrando altri brani, ci siamo resi conto che alcuni stavano proprio bene con questo... vestito nuovo. Certo, c'è la difficoltà di avvicinarsi a una voce davvero particolare, unica, con un modo tutto proprio di interpretare le strofe».
Quel che stupisce, delle canzoni di suo padre, è la modernità.
Lui incideva dischi come un romanziere scrive libri: non è che ne sfornasse uno all'anno, solo per restare in classifica. Era concentrato alla realizzazione di opere, scegliendo musicisti e collaboratori con grande cura. Da una decina di anni sono riesplose tutte, le canzoni di mio padre, e le ricantano tutti... Forse perché mancano punti di riferimento, e lui lo è stato. Il motivo principale credo sia la sua statura di scrittore e di poeta. E poi Dori Ghezzi ha fatto un grande lavoro con la Fondazione De André. Dalla curiosità di chi lo conosceva appena, con il passare del tempo si è arrivati alla conoscenza da parte di un pubblico più ampio. Pensate che oggi mi scrivono anche ragazzini di 12 anni... Le canzoni di mio padre sono una buona medicina per tutti: più le si ascolta, meglio è.
Giulio Brusati
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