Il Carattere del Carpino. «Io non mi piego ma è più forte la donna»
MAURO CORONA
Mauro Corona non risponde al telefono: ruggisce. «Avanti!» ringhia nella cornetta dalla sua Erto, sopra Pordenone. Nella vecchia contrada oggi vagano i fantasmi del Vajont. Dopo il disastro del 9 ottobre 1963 è sceso di nuovo l'oblio su questa montagna abbandonata. Per quanto Corona detesti la professione del superstite, bisogna riconoscergli di aver fatto risorgere personaggi, luoghi, episodi del prima e del dopo. Quattordici titoli, dal 1997 a oggi, di cui si sono innamorati Claudio Magris, Mario Rigoni Stern, Erri De Luca e altre migliaia di lettori. L'ultimo libro, edito da Mondadori, è Il canto delle manère, che non sono strani uccelli, ma le scuri dei boscaioli ertani. Nella «tana-bottega tra chiodi, moschettoni d'arrampicata e una folla di donne in legno, anime abitatrici di alberi» (Paolo Rumiz) il ciuffo dello scrittore-scultore-scalatore è ingrigito, sotto la bandana: la prossima primavera è la sessantesima.
Nel libro Nel legno e nella pietra scrive: «Quando ero piccolo, l'educazione veniva impartita ai bambini in modi quasi brutali. I miei maestri parlavano a stento, sputando solo l'essenziale». Cosa ha appreso da loro?
Palàn, Ottavio e Celio, amici di mio padre, sotto sotto possedevano un cuore d'oro: io lo intuivo. Nei modi erano burberi, perfino cinici, ma l'esempio bastava. Osservando Ottavio, ho imparato come si accende un fuoco nella neve. Quando ho mirato al primo camoscio, mio padre mi disse: «Se lo manchi, ti ammazzo». Palàn invece replicò: «Se lo manca, centrerà il prossimo». Il bello era questo: non c'era imposizione. Da loro sono venuto a sapere anche molte cose sulle donne, mentre a casa continuavano a raccontarmi la storia della cicogna. I genitori? Carlo Michelstaedter, lo scrittore goriziano, diceva: «La lampada si spegne per mancanza d'olio, ma per troppo olio soffoca». I genitori vorrebbero essere i maestri dei figli, ma deviano per eccesso d'affetto. E i ragazzi guardano ad altri come a fontane che sgorgano dalla roccia. Capita a tutti.
Sono stati quei maestri a sviluppare in Lei la personalità del carpino, descritta ne Le voci del bosco?
Altroché. Duro, cocciuto: arrivano vento e neve, e il carpino continua a farsi spezzare le braccia. Invece la betulla piega i rami fino a terra, scarica il peso, e poi li rialza. I miei maestri mi hanno trasmesso anche difetti. Sembra un paradosso, ma da giovane il vino non mi piaceva. Loro insistevano: «Bevi, canaj», che in ertano significa ragazzo, «il vino ti fa sangue». Sbagliavano per ignoranza. Non farei mai lo stesso con mio nipote, che è un adolescente: al bar, lo lascio ordinare the caldo.
Parliamo di donne: gli ertani le hanno passato anche la loro proverbiale misoginia.
Un po' l'ho assorbita. L'amore-odio, in realtà, nasce dalla consapevolezza che la donna è molto più forte dell'uomo. Tiene la prole nel suo ventre, poi la cresce e la protegge: è una tigre, la donna. E mantiene l'istinto primordiale anche quando non ha piccoli. L'uomo, checché ne dicano i fighetti, è svantaggiato. Osserviamo la natura: i camosci maschi si spaccano le ossa a forza di cornate e i galli cedroni si strappano le penne a vicenda, mentre le femmine se ne stanno a lato ad assistere. Nelle mie sculture, il sublime del femminile non lo trovo nella forma fine a se stessa, piuttosto nel disegno di Dio di affidare il misterioso dono della maternità alla donna.
Ha nominato Dio?
Sì, il credo respirato in famiglia è ancora potente. Certo, mi viene più facile raccomandarmi a Lui se mi trovo in pericolo, invece in osteria me ne dimentico. Ammetto pure che, quando mi accorgo di come va la vita, Dio mi sta sulle scatole. Perché non si può non arrabbiarsi nel vedere i bambini morire di leucemia, come è successo poco tempo fa a uno che conoscevo bene. Allora rileggo Yossl Rakover si rivolge a Dio e anche a me non resta che dire: «Caro Dio, credo in Te nonostante Te».
Anche quando muore un alpinista in montagna?
Muovendosi nell'abbraccio materno della natura, talvolta si può restare soffocati come il pulcino sotto la chioccia. Del resto, l'unica condizione per morire è vivere. non smetterò di andare in montagna, finché questo mi dà gioia, per la paura di morire.
Rischiò anche per sottrarre i due pulcini dell'aquila, come racconta in Finché il cuculo canta.
Ho ancora la cicatrice dei suoi artigli. Il pastore Zuan mi chiese di arrampicare al nido e rubare gli aquilotti perché, una volta cresciuti, avrebbero distrutto il suo gregge. Li voleva morti, io almeno li ho risparmiati per venderli a un addestratore tirolese. Avevo i figli piccoli, mi servivano soldi. Non lo rifarei, ma non mi sento un criminale: ho cacciato per fame.
Non ha mai pensato di andarsene da Erto?
Ma dove, per fare cosa? No, qui sono nato e cresciuto, qui ho amato. Ho visto anche la morte degli amici e il declino del paese. Ogni pietra mi porta un ricordo. Sono come l'uccello descritto da Borges, che vola all'indietro perché non gli interessa sapere dove va, ma da dove è venuto. Hugo von Hofmannsthal: «Amo questa terra. Quando sarò vecchio, dai suoi boschi mi verranno incontro i ricordi dell'infanzia e il cerchio si chiuderà»
Sulle mie colline c'era un carpino di 150 anni, monumento nazionale; mia mamma da bambina ci saliva con il papà, a mangiare pane e bondola. Ora là è stato tutto spianato, per fare un geometrico vigneto all'americana. «Il carpino si è suicidato», hanno detto. Possibile?
L'ho scritto: il carpino è come un uomo schivo e solitario, vuole scomparire nel nulla senza lasciare di sè minima traccia. Quando brucia, il carpino non forma quasi braci.
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1 nicola ruffo 19/02/2010 09:53 2 commenti
Ho letto questa bellissima intervista in questa grigia mattina piovosa di febbraio, e un nostalgico sorriso mi è spuntato. Grazie, Mauro, per il coraggio e la motivazione di andare avanti che ci infondi. E grazie anche a Lorenza Costantino per le belle domande che hai posto. Un abbraccio Nicola Ruffo