Abel rompe il silenzio: «Io, un perseguitato»
IL GIORNO TANTO ATTESO. Dopo 22 anni di detenzione e quattro mesi di arresti domiciliari, il dottore in matematica costretto alla libertà vigilata fino al 2010«Adesso posso finalmente dirlo: i giudici se la sono presa con me sin dall'inizio, creando indizi mai comprovati»
Verona. «Sono stato perseguitato dai giudici fin dall'inizio dell'inchiesta sulle vicende Ludwig».
Se ha un diavolo per capello, Wolfgang Abel, 50 anni, considerato dai magistrati la mente di quella serie di omicidi, commessi insieme a Marco Furlan tra il 1977 e il 1984, non lo fa capire. La goccia che fatto traboccare il vaso risale a sabato quando i carabinieri di Negrar gli hanno portato il nuovo provvedimento del tribunale di sorveglianza dell'Aquila, ora competente per l'esecuzione della sua pena. E non sono arrivate buone notizie: dopo 22 anni di detenzione in carcere e quattro mesi di arresti domiciliari, Abel rimarrà in libertà vigilata fino alla fine del 2010 con obblighi ben precisi. Può uscire dalla sua abitazione sulle colline di Negrar solo per andare a lavorare o per ragioni famigliari. Deve rimanere in casa, inoltre, tutti i giorni dalle 19.30 alle 7.30 della mattina. Tre volte alla settimana deve recarsi dai carabinieri di Negrar a firmare il registro. E il suo orizzonte non può allargarsi al di là della provincia di Verona dalla quale non potrà mai allontanarsi fino alla fine del 2010.
Lui non lo dice ma si capisce che considera un'ingiustizia queste ulteriori imposizioni, arrivate sabato dall'Abruzzo. «Sono sempre stato discriminato dai giudici» ribadisce Abel «e questo ultimo provvedimento lo dimostra una volta di più». Rincara: «Queste decisioni hanno una valenza politica». Si lascia andare: «Ho sempre pensato di essere perseguitato dai magistrati ma lo dico solo adesso». E precisa: «Parlo solo dei giudici che si sono interessati al mio caso. Tutto il contrario dei veronesi, dei miei amici, di chi vive a Negrar: qui io la mia famiglia siamo stimatissimi». Per Abel, i magistrati che si sono interessati al suo caso sono partiti da una premessa discriminatoria: «Abel ha organizzato i delitti di Ludwig, è una storia tutta tedesca e Abel è tedesco».
Parte da lontano il cinquantenne di Arbizzano per spiegare la «persecuzione» giudiziaria alla quale è stato sottoposto dai magistrati. Parla subito dei famosi fogli con i solchi ciechi delle rivendicazioni di Ludwig, prelevati dal suo monolocale di Monaco nel 1984 dove, all'epoca dei delitti, lavorava in una società di assicurazione.
Sono state quelle prove ad incastrarlo. «Dai verbali di sequestro della Bundeskriminalpolizei (la polizia federale tedesca ndr) non risulta che questi fogli sono stati mai prelevati dalla mia casa», dice. «E su quei fogli potevano rimanere tracce non visibili a occhio nudo provocate dalla pressione della penna». In questi casi la normativa tedesca è severa: «Quei documenti devono essere numerati, controfirmati dalla testimone che era la proprietaria del mio appartamento e sigillati», spiega Abel. Ma quel materiale così scottante sul quale è ruotato prima il rinvio a giudizio dell'allora giudice istruttore Mario Sannite e poi le tre condanne fino alla Cassazione a 27 anni di carcere, «non è mai stato segnalato in alcun verbale della polizia tedesca», insiste Abel.
Si arriva così alla perizia, disposta dall'allora giudice istruttore Sannite, di quei fogli che per il dottore in matematica a pieni voti, non è mai stata effettuata. «Il mio legale si era recato a Wiesbaden in Germania per esaminare quei fogli pochi mesi dopo il mio arresto. Erano presenti tutte le parti ma poi quella perizia non fu mai fatta. Il funzionario rispedì tutti a casa il giorno stabilito». Il motivo? «Era impossibile esaminare del materiale, in realtà, mai sequestrato».
Al processo, quindi, sono stati prodotti dei fogli «di cui non è mai stata comprovata l'origine» aggiunge Abel. Che anche in questo caso ha una spiegazione: «Quando ero in carcere a Trento», racconta Abel, «sono venuti due funzionari della polizia tedesca ad interrogarmi. Avevano un pacco di volantini con la riproduzione delle rivendicazioni di Ludwig». E da qui l'ipotesi: «I fogli utilizzati nel processo, potevano prevenire da quel plico che mi era stato mostrato in carcere a Trento».
Un modo come un altro per incastrarlo? «Le ipotesi le possono fare giornalisti e lettori, io non mi sbilancio».
Per mettere altra legna in cascina sull'ipotesi persecuzione dei giudici, Wolfgang Abel cita anche Marco Furlan. «Ha fatto quasi sei anni di detenzione in meno di me, contando anche la latitanza finita a Creta nel 1995», afferma. Poi, però, ci tiene a precisare che «trovo giusto che un detenuto sia risocializzato e sono contento che lui abbia beneficiato di un programma di reinserimento». Poi, però, vengono le note dolenti: «Sono stato rinviato a giudizio con l'accusa anche di aver coinvolto prima e soggiogato poi Furlan. Si è parlato addirittura di psicosi indotta».
E questa nota sembra stonare non poco perchè il suo amico, completamente libero dall'inizio dell'anno, «non è mai stato sottoposto a perizia psichiatrica almeno fino a quando c'è stato il rinvio a giudizio».
Altro pezzo di un puzzle persecutorio da parte della magistratura che deve essere sistemato in quel quadro che per Abel vuol dire 22 anni di detenzione, quattro mesi di arresti domiciliari e adesso un altro anno e mezzo di libertà vigiliata senza la possibilità di riprende una vita normale.
Giampaolo Chavan
