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20.07.2012

In attesa del
trapianto:
«Non ho più
soldi per vivere»

CASTELNUOVO. La sua malattia peggiora ogni giorno: «Non posso fare più nulla, solo mia figlia mi dà la forza di lottare». David Valbusa abita a Sandrà, soffre di fibrosi polmonare  e necessita di continua assistenza: «Chi può mi dia una mano»

David Valbusa, 39 anni: sopravvive nella speranza di un trapianto di polmone FOTO AMATO

David Valbusa, 39 anni: sopravvive nella speranza di un trapianto di polmone FOTO AMATO
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Castelnuovo. «Aspetto da un anno un trapianto di polmone, dipendo dall'ossigenoterapia 24 ore su 24. Fatico a mangiare, non cammino, non mi posso lavare. E soffro. Non ho più soldi per sopravvivere, solo l'amore per mia figlia di 12 anni mi tiene vivo».  David Valbusa è pelle e ossa. Fa continue pause quando descrive la sua condizione. I suoi polmoni gli impediscono di parlare troppo lungo, di alzare la voce, di agitarsi. Ma quando parla della sua condizione, con i tubicini dell'ossigeno che gli attraversano il viso, l'emozione e la rabbia sono inevitabili: ha 39 anni, una fibrosi polmonare curabile solo con un trapianto, e un padre che gli sta permettendo di vivere. David vive in un appartamento alle porte di Sandrà, passa le sue giornate sdraiato sulle lenzuola verdi di un letto sanitario, in una camera spoglia: una televisione che gli fa compagnia e, al suo fianco, il letto della badante, che giorno e notte lo assiste. «Fino a tre anni fa facevo il venditore porta a porta», racconta David, «lavoravo per conto di un'azienda austriaca. Ma quando la mia malattia, diagnosticata quando avevo 14 anni, ha iniziato a degenerare, non sono più stato in grado di fare nemmeno le scale. Ho dovuto licenziarmi. A quel punto sono cominciate le cure e i ricoveri in ospedale, che mi hanno impedito di trovare un altro lavoro». Al posto dello stipendio, ha una pensione di invalidità di 271 euro mensili, alla quale da pochi mesi si è aggiunto l'assegno di accompagnamento, altri 450 euro.  «Come faccio a sopravvivere con questi soldi?», si chiede David. «Ho Ludmilla, una badante che mi segue 24 su 24, tutti i giorni tranne il fine settimana quando si dà il cambio con un'altra assistente: una spesa di 1300 euro al mese. Poi ci sono le bollette, l'affitto di 500 euro al mese, la spesa alimentare. Il Comune mi ha promesso ulteriori sostegni, mi hanno detto che avrebbero trovato sponsor o associazioni pronte ad aiutarmi. Ma nessuno poi si è fatto vivo».  Per questo David dipende da suo padre, di 66 anni, e dalla madre, malata di depressione, con una invalidità riconosciuta all'80% per esaurimento nervoso. «Mio padre, che vive a Verona, mi ha dato tutto quello che poteva, in termini di tempo e denaro», racconta, «è lui che mi ha seguito negli ultimi tre anni guidandomi in una giungla di ospedali, reparti, medici. È stato lui ad informarsi, iscrivendomi alla lista d'attesa per il trapianto in una struttura bergamasca. E, soprattutto, è stato lui a permettermi di sopravvivere, in questi anni. Ora però non ha più soldi. Mi sento un peso per tutti», conclude, «ammalarsi sembra una colpa». La condizione di David è aggravata da una difficile situazione sentimentale. Nella sua casa vive anche la ex compagna, e madre della figlia, che paga metà dell'affitto. Con lei i rapporti sono ridotti al minimo, spiega l'uomo, e peggiorati dal fatto che la ragazzina è affidata ai servizi sociali. «Mia figlia mi ama tanto», spiega lui, commosso, «mi accarezza, mi porta spesso anche la cena a letto. È lei la forza che mi permette di vivere in queste condizioni». Lei, ma anche la speranza di un trapianto. Perché il polmone nuovo che salverebbe la vita a David potrebbe arrivare oggi come fra anni. «Mi hanno detto che sono in “priorità assoluta” nella lista di collocamento della struttura di Bergamo a cui sono iscritto», spiega, «ma non c'è nessuno che mi dice se posso far riferimento anche ad altre liste, ad altre strutture, per avere più speranze e magari accelerare i tempi. La mia malattia degenera ogni giorno: due mesi fa mi hanno ricoverato d'urgenza all'ospedale di Marzana perché stavo rischiando il coma: mi hanno fatto 80 flebo in 14 giorni. Potrebbe risuccedere da un momento all'altro: sopravvivo con questa paura, senza che nessuno mi dica cosa posso fare». Chi volesse aiutarlo può contattarlo via mail: rossana.david@alice.it.


Francesca Lorandi

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