18.06.2012
Non e' la prima volta che leggo lettere come quella pubblicata dal vostro quotidiano sotto il titolo «Grazie Alessia per il tuo coraggio», o che sento di prima persona storie simili. Eppure ogni volta mi colpiscono perche' vi riconosco parte della mia attuale situazione esistenziale.
Mi laureai a Padova ormai sette anni fa, ma quella laurea, a parte qualche breve esperienza di copywriter, non mi e' servita mai a nulla. Devo essere riconoscente alle insistenze di mia madre, che mi aveva spinto a frequentare il Conservatorio di musica qui a Verona, perché solo il diploma di Conservatorio mi ha permesso di lavorare in orchestre in Italia e in Europa, e di insegnare negli ultimi due anni in un Conservatorio di musica in Palestina: feci quest'ultima scelta perché' spinto dall'esasperazione di un lavoro sempre a singhiozzo nelle orchestre, che a causa dei tagli ai fondi cultura stanno riducendo gli organici sia qui in Italia che in Spagna (dove pure lavoravo). Per quanto riguarda l'insegnare il mio strumento qui in Italia, è stranoto che il sistema scolastico a qualsiasi livello è talmente bloccato che perfino insegnanti cinquantenni sono in realtà precari, e molti di quelli trentenni, successivi in ordine di graduatoria, non hanno speranze di lavorare in tempi brevi.
Per questo decisi di andare a insegnare in una scuola di musica in un ambiente difficile come la Palestina, pur di avere soddisfazioni professionali, e ne ho avute: una ventina di allievi entusiasti a cui insegnare il mio strumento, un ambiente culturale (inaspettatamente) in pieno fervore... Eppure dopo due anni ho deciso di tornare in Italia: chi me lo ha fatto fare? Me l'ha fatto fare il semplice pensiero che, a 32 anni, toltomi già diverse soddisfazioni professionali, voglio finalmente tentare il tutto per tutto nel costruirmi una mia vita nella mia città.
È difficile, ma sto aggrappandomi a pochi spiragli aperti per riuscirci, per non dover tornare nuovamente all'estero e sentirmi un autoesiliato. So che mi ci vorrà del tempo per concretizzare quei pochi appigli che ho in questo momento (un progetto con un'associazione culturale), e che non è certo che otterrò un'autonomia economica nel medio periodo (dal momento in cui sono tornato in Italia sono fortunato perché posso contare sull'appoggio dei genitori, ma non é una scelta facile nemmeno questa).
Inoltre, il fatto di avere avuto fino a oggi una precarietà esistenziale non mi ha permesso di crearmi una famiglia, e questo è forse il motivo principale che mi spinge a cercare di reinserirmi nel mio territorio.
Ho costantemente l'impressione di lottare contro mulini a vento, a volte penso ancora che sarebbe più facile andarsene in un altro paese e costruirsi una nuova vita altrove, iniziando con i risparmi che ho messo via in questi anni. Ma perchè? Perché un cittadino di Verona, di uno dei posti più belli (e ricchi) al mondo, deve essere costretto ad andarsene per trovare un'occupazione? Stavolta ho deciso di resistere e di provarle tutte per rimanere qui. Lo devo alla mia futura famiglia, se ne avrò una.
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