«Gli stranieri comprano i nostri marchi storici»
IL CASO. I gioielli dell'agroalimentare italico acquistati da gruppi esteri. Allarme della ColdirettiMarini: «Da Parmalat a Gancia non sono più italiani. Costruiamo una filiera agricola tricolore con protagonisti i nostri agricoltori»
Ar Pelati, Gancia, Parmalat: i marchi storici dell'agroalimentare italiano vanno all'estero. E con loro anche un fatturato di oltre 5 miliardi di euro. A lanciare l'allarme è il presidente di Coldiretti Sergio Marini in occasione dell'inaugurazione di Fieragricola, oggi a Verona.
«Nell'arco di un anno», spiega Marini, «abbiamo perso tre pezzi importanti del Made in Italy alimentare, diventando bersaglio d'interessi stranieri. Serve perciò maggior tutela dei marchi nazionali, priorità necessaria per il Paese, da attuare anche con un'apposita task force».
L'ultimo «pezzo da novanta» a passare in mani straniere è stata la Ar Pelati, acquisita dalla società Princes controllata dalla giapponese Mitsubishi. Poche settimane prima era toccato alla Gancia, casa storica per la produzione di spumante, acquistata dall'oligarca Rustam Tariko, proprietario della banca e della vokda Russki Standard.
La francese Lactalis è stata, invece, protagonista dell'operazione che ha portato la Parmalat sotto controllo transalpino. E andando indietro negli anni non mancano altri casi importanti, dalla Bertolli, acquisita nel 2008 dal gruppo spagnolo Sos, alla Galbani, anche questa entrata in orbita Lactalis, nel 2006. Anno in cui gli spagnoli hanno messo le mani nell'olio con la Carapelli, dopo aver incamerato dodici mesi prima la Sasso.
Nel 2005 poi la francese Andros aveva acquisito le Fattorie Scaldasole, che in realtà parlavano già straniero dal 1985, con la vendita alla Heinz. E nel 2003 hanno cambiato bandiera anche la birra Peroni, passata all'azienda sudafricana SabMiller, e Invernizzi, di proprietà da vent'ani della Kraft e ora finita alla Lactalis.
Negli anni Novanta erano state Locatelli e San Pellegrino ad entrare nel gruppo Nestlè, anche se poi la prima era stata «girata» alla solita Lactalis (1998). E la stessa Nestlè possedeva già dal 1995 il marchio Antica gelateria del corso e addirittura dal 1988 la Buitoni e la Perugina.
«Si è iniziato con l'importare materie prime dall'estero per produrre prodotti tricolori, poi si è passati ad acquisire direttamente marchi storici e il prossimo passo rischia di essere la chiusura degli stabilimenti italiani per trasferirli all'estero. Processo, questo, fortemente favorito dalla crisi», denuncia Marini. «Perciò occorre dare una spinta alla costruzione di una filiera agricola tutta italiana che veda direttamente protagonisti gli agricoltori per garantire quel legame con il territorio che ha consentito ai grandi marchi di raggiungere traguardi prestigiosi».
Secondo uno studio Coldiretti/Eurispes, ad oggi circa un terzo (33%) della produzione complessiva dei prodotti agroalimentari venduti in Italia ed esportati deriva da materie prime agricole straniere, trasformate e vendute con il marchio Made in Italy, per un fatturato stimato in 51 miliardi.
Da qui la necessità, per Coldiretti, di applicare con trasparenza la legge nazionale, che obbliga ad indicare la provenienza in etichetta su tutti gli alimenti, approvata dal Parlamento all'unanimità lo scorso anno.
Elisa Costanzo
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