Tragedia sul Baldo, ora Maicol
è sotto choc e non smette mai di piangere
LA TESTIMONIANZA. Il sedicenne coinvolto nell'incidente sulle nevi che ha ucciso due giovani se l'è cavata con ferite lievi. Massimo Benedetti racconta la disperazione del figlio sopravvissuto alla valanga: «Non parla di quel momento, è vivo ma dentro è distrutto»
Malcesine. Gli occhi scuri di Maicol hanno visto la morte. Era lì, prima terribile «sospetto» quando gli amici di una vita non rispondevano più ai suoi richiami disperati, poi cruda realtà quando qualcuno gli ha detto che Luca e Matteo non ce l'avevano fatta, che lui era vivo «per miracolo». A Maicol fa male essere diventato «un miracolo»: il dolore per la morte che ha scelto gli altri due e risparmiato lui è troppo grande per apprezzare di essere ancora al mondo. Tutti e tre dovevano essere trattati allo stesso modo, salvati. È questo, adesso, il suo grande tormento: essere da solo a raccontare la tragedia, essere il sopravvissuto del Baldo, essere l'unico che la montagna buona - irritata dalla spavalderia dei ragazzi - non s'è portata via.
Ora a Maicol, sedici anni appena, tocca parlare. I suoi occhi scuri hanno visto tutta quella neve da amica diventare assassina: prima li ha fatti divertire attirandoli là dove sapeva di poterli inghiottire, poi li ha annegati nel suo mare bianco e ghiacciato. Tutti e tre, dovevano scendere tutti e tre così come in tre erano saliti, invece è tornato a casa solo lui, il «miracolato», quello che «il destino», sospira papà Massimo, «ha risparmiato anche se dentro l'ha ucciso, gli ha distrutto il cuore».
Maicol sta male, confessa il genitore, non «parla con nessuno, chiuso in camera non vuole vedere gente, solo qualche amico, è sotto choc. Matteo e Luca sono rimasti lassù, sotto quella gigantesca onda di neve e lui è qui, grazie a Dio è vivo, ma ha visto la morte negli occhi e anche adesso che è a casa al sicuro se la sente addosso». La nera Signora l'ha toccato, sfiorato, avvolto nel suo abbraccio: un minuto prima sciava felice con gli amici, un minuto dopo, emerso dalla valanga, li chiamava disperato ma più passavano i minuti e più in cuor suo capiva che era accaduta una tragedia. Per un'ora, con tutto il fiato che aveva, non ha smesso di urlare i nomi di Luca e Matteo, "dai ragazzi rispondete, venite fuori, dove siete?". Il dubbio pian piano è diventato certezza.
A Massimo Benedetti si spezza la voce. «La sofferenza di mio figlio non finirà mai», racconta, «perchè quei tre erano uniti da un rapporto speciale: insieme erano una forza, sempre felici, sempre sorridenti, ragazzi in gamba, sani, perbene. Un pezzo di Maicol se n'è andato per sempre», dice Benedetti, «io mio figlio lo conosco e so che non sarà più come prima. Sono distrutto, siamo tutti distrutti e non so davvero da che parte girarmi per rimettere insieme i pezzi, per aiutare Maicol a superare il trauma, per andare dai genitori di Luca e Matteo, che conosco bene, a piangere questi ragazzi meravigliosi: il loro dolore è il mio, potevano essere tre le famiglie distrutte, il Signore ha risparmiato la mia ma il male che ho dentro è forte, fortissimo». «Matteo e Luca li ho visti crescere», ricorda, «ho sempre fatto l'allenatore di calcio a Malcesine e i giovani di qui li ho avuti tutti in squadra: Matteo e Luca erano di casa, un po' figli miei e non posso accettare ciò che è successo».
«Maicol non smette di piangere», dice il padre, «ieri sono venuti i carabinieri, non ho assistito al colloquio quindi non so che cosa abbia detto. Con me non parla. Spero torni in fretta mia moglie, è di Cuba, era partita per stare un po' con la sua famiglia e sta facendo di tutto per trovare un volo che la porti a casa in fretta, dovrebbe essere qui a giorni. Con lei sono certo che Maicol si confiderà, le mamme sono insostituibili nei momenti difficili, Maicol ha bisogno di sbloccarsi, di superare lo choc e tra le braccia della mamma riuscirà a buttare fuori il grande dolore. Avrà bisogno di sostegno psicologico», spiega Massimo, «i medici che l'hanno curato all'ospedale si sono raccomandati di farlo aiutare da specialisti per elaborare il lutto». Ancora: «Adesso la mia priorità è Maicol, è stargli vicino e sostenerlo in questa tragedia. Ripeto, erano tre ragazzi splendidi, pieni di voglia di vivere ma due non ci sono più mentre il mio, grazie a Dio, è vivo: sono disperato per Matteo e Luca e sono in debito non so con chi per aver salvato Maicol, mi trovo sospeso tra sentimenti fortemente contrastanti e non so gestirli, non so cosa davvero fare, mi pare un incubo».
Massimo Benedetti ieri pomeriggio è stato dagli amici Carletto e Barzoi. «Li abbraccerò forte», ha spiegato, «e piangerò con loro, a lungo, in silenzio. Che si deve fare quando muore un figlio? Che si dice a dei genitori straziati dal dolore, inconsolabili, sordi alle parole perchè non ci sono parole in grado di allegerire una tragedia tanto grande? Che vado a dire, io, a queste persone che in un attimo hanno perso tutto, tutto il bello della vita? Li stringerò senza parlare e poi me ne tornerò a casa con la disperazione nel cuore e un sorriso per Maicol».
Camilla Ferro



1elaisa05 - 10/02/2010 08:06
COMUNICATO STAMPA 08 febbraio 2010 GLI APPASSIONATI DELLA MONTAGNA NON SONO DEGLI IRRESPONSABILI. NON LASCIAMOCI PRENDERE DALL'EMOTIVITA'. La montagna è, e deve continuare ad essere un luogo di libera frequentazione, un norma come quella proposta nell'emendamento del Governo al Decreto sulle emergenze in discussione al Senato non è accettabile dal CAI e dal mondo della montagna. In merito alla presentazione di un emendamento del Governo al Decreto legge sulle emergenze in discussione al Senato, il Presidente generale del Club Alpino Italiano, Annibale Salsa dichiara: La montagna è uno spazio di libertà e non di coercizione, come tale comporta un elevato senso di responsabilità e abbisogna di conoscenza e competenza. Tutto ciò non può portare ad una regolamentazione totale della frequentazione perché questo comporterebbe uccidere la libertà di accesso che è uno dei capisaldi dell'alpinismo e della frequentazione della montagna. L'irresponsabilità di alcuni non può essere pagata da tutti gli altri. La sicurezza in montagna - prosegue Salsa - non aumenta con le sanzioni o con il carcere per chi provoca valanghe, ma solo attraverso il lavoro di formazione, prevenzione, informazione svolto con l'ausilio del CAI, delle Guide alpine, del Soccorso alpino e speleologico e dei professionisti e degli abitanti della montagna. Ciò non significa essere aprioristicamente contrari a norme per il miglioramento della sicurezza in montagna, ma per la loro stesura non si può prescindere dal coinvolgimento del CAI, del Soccorso Alpino e Speleologico, delle Guide alpine e a quanti vivono e operano in montagna. Il Presidente generale del CAI sottolinea inoltre che "Il CAI e il mondo della montagna non possono accettare una norma che, forse dettata dall'emozione, costringe a casa alpinisti, sciatori ed escursionisti, e che porta una militarizzazione delle Terre Alte. Anche l'anno scorso, sempre sull'onda dell'emotività dovuta anche in quel caso a vittime di valanghe, qualcuno aveva proposto l'istituzione di un fantomatico patentino cha abilitava ad andare in montagna individuando il CAI come ente preposto a rilasciarlo, e prefigurando l'impiego delle forze dell'ordine per controllare gli accessi. Anche allora - conclude Salsa - abbiamo espresso la nostra contrarietà a qualsiasi patentino -che non rientra in alcun modo nella filosofia e nella missione del Club Alpino Italiano - e a ogni tentativo di limitazione, sanzione eccessiva, militarizzazione della montagna." Con preghiera di pubblicazione Luca Calzolari - Responsabile Ufficio Stampa CAI