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Cultura & Spettacoli

11.08.2012

«Il mio tamburo è tutto: arpa, pianoforte e chitarra battente»

ALFIO ANTICO

Alfio Antico, oggi in concerto agli Orti Forestali di Selva di Progno dalle 15 FOTO GULISANO

 Alfio Antico, oggi in concerto agli Orti Forestali di Selva di Progno dalle 15 FOTO GULISANO
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Il tamburo di Alfio Antico parla della sua terra, la Sicilia, e della condizione dell'uomo con il linguaggio assoluto della musica. Ancestrale e modernissimo, legato alla tradizione ma d'ispirazione libera, Alfio è in concerto oggi alle 15 agli Orti Forestali di Selva di Progno, all'interno della rassegna Voci e luci in Lessinia (con Puccio Castrogiovanni: mandolino, mandola e marranzano). Il suo percorso artistico, fra musica d'autore, danza e teatro, è contraddistinto da incontri e amicizie: dall'esperienza di Musicanova con Eugenio Bennato alla collaborazione con Fabrizio De Andrè, Lucio Dalla, Vinicio Capossela e Carmen Consoli. Nel suo disco più recente, Guten morgen, canta la sua terra siciliana (Stidduzza Veniri), il ricordo della madre (Si virissi) e il mito, ultima strenua difesa contro la barbarie quotidiana (Afrodite).

Maestro Alfio, il suo Guten morgen vede la presenza di diversi musicisti, tra cui la Consoli e Fiorella Mannoia. Come riuscirà a renderlo, da solo, con il suo tamburo? Con la mia voce e il mio tamburo riesco ad eseguire tutti i brani di Guten morgen. Il disco è un viaggio, un'odissea con altri naviganti; un album dove canto calmo. In concerto, quando sono solo, vado più di cuore, con una naturalità che dipende anche dall'atmosfera del luogo.

È limitante e perfino fuorviante definire la sua «musica popolare». Non trova?
In un certo senso sì. Quando ho iniziato con Eugenio Bennato e Musicanova, si parlava di musica etnica, perché quella popolare era terreno della Nuova Compagnia di Canto Popolare, per esempio. La mia è arcaica e moderna, perché ho fatto rinascere il tamburo e il tamburo ha dato nuova vita a me (fino a 18 anni, Alfio ha vissuto come pastore a Lentini, in provincia di Siracusa, ndr). Ma non faccio pizzica né tarantella. Adesso non so perché, ma tutti suonano 'a pizzica. E tutti con lo stesso ritmo. Ma io suono diverso: con la mia tammorra parlo, ci faccio l'amore, la suono come un'arpa, come un pianoforte o una chitarra battente.

Ma lei, come canta in Di cu sugnu, di chi è? A chi appartiene? Che ci fa «inta' stu munnu pazzu»?
Io appartengo all'acqua quando piove, all'erba straziata dai passi della gente, all'armonia che anima il cuore e al desiderio che risuona nel canto... Sì, viviamo in un mondo pazzo. E per trovare un sorriso, devi fare due passi indietro. Cioè tornare al passato, a quando certi valori avevano ancora un senso. La tradizione, i suoni antichi, il ritorno al passato... Ma serve tutta 'sta nostalgia? Non è uno sguardo nostalgico ma preoccupato. Certa cultura va sparendo, la gente ha vergogna a parlare il dialetto... E non faccio distinzioni tra Nord e Sud Italia: da ogni parte succede la stessa cosa. Stiamo perdendo le nostre radici. Io amo l'Italia, amo il mio Stato ma non posso non notare, quando vado a suonare in Austria o in Germania, la maggiore attenzione che il pubblico di quelle nazioni ha per la musica e la lingua della Sicilia. Noi musicisti in Italia non siamo protetti né tutelati da nessuno.


Giulio Brusati

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