29.07.2012
BIOGRAFIA. Amedeo La Mattina narra una vita nella grande storia
Angelica Balabanoff, «la donna che inventò Mussolini» e che ruppe con lui, come con Lenin. Un'attivista anima inquieta della sinistra. «Io? Mai stata tranquilla»
& I DIAVOLI
Angelica Balabanoff era nata a Cernikov, in Ucraina, figlia più piccola di una facoltosa famiglia ebraica, 16 tra fratelli e sorelle, di cui viventi una diecina. Più piccola in tutti i sensi, in quanto non avrebbe mai superato il metro e cinquanta di altezza. Un'educazione rigidissima da parte di una madre autoritaria, governanti qualificate che la resero precocemente poliglotta e professori scelti tra i migliori che si misurarono con un'intelligenza vivace e una gran voglia di imparare. Tutto questo per il desiderio di potersi confrontare con la realtà vera, al di fuori degli evidenti privilegi da cui, da sempre, era stata circondata. Ribelle, anticonformista, in continuo contrasto con l'ambiente da cui proveniva, e in particolare con il perbenismo della madre, la troviamo nel 1898 a Bruxelles: ha rinunciato all'eredità paterna in cambio di un modesto assegno mensile che le avrebbe permesso di vivere e, soprattutto, studiare, ma che avrebbe perduto, al tempo della Rivoluzione del 1917, precipitando così in periodi di assoluta miseria, del tutto incapace com'era di approfittare della posizione ormai raggiunta all'interno delle sinistre: in Italia, in Europa e nella stessa Russia in cui ritornò per due anni, a partire dal 1918. Non sappiamo quanti anni avesse, esattamente, nel 1898: dal momento che questa piccola e indomita donna aveva una debolezza che può rendercela anche più simpatica, quella di togliersi gli anni: per cui rimane difficile stabilire se fosse nata nel 1869 o nel 1877, come invece affermava. Una fotografia la nostra a Bruxelles, al tempo in cui frequentava l'Université Nouvelle: riproduce una giovane donna con un gran cappello ornato da un nastro scuro, un abito nero non particolarmente elegante e un'espressione decisa, quasi cocciuta, nel visetto non bello, appesantito nella parte bassa degli zigomi. Poco più che ventenne, insomma, oppure quasi trentenne, ma non ha poi tutta questa importanza. Quello che importava, per lei, era poter leggere e studiare quanto e come voleva e poter frequentare la Casa del Popolo, un ambiente cosmopolita e internazionale dove, in quegli anni, si incontravano intellettuali e rivoluzionari. A Bruxelles studiò sociologia, criminologia, economia, mitologia. Ma è in particolare alla filosofia tedesca che si sarebbe dedicata e alla lettura, nei testi originali, delle opere di Karl Marx. Avrebbe anche molto viaggiato: Londra, Lipsia — dove incontrò Rosa Luxemburg ed Eduard Bernstein che, a Marx, contrapponeva il gradualismo riformista — soggiornò anche a Berlino e Roma. Angelica Balabanoff, annota il suo biografo Amedeo La Mattina (Mai sono stata tranquilla. La vita di Angelica Balanoff. Einaudi, 314 pagine, 20 euro) «respira l'aria dei più grandi intellettuali di sinistra e s'immerge nel flusso vulcanico del nuovo secolo che si apre. Nuove idee, grandi movimenti politici e un proletariato sempre più organizzato in partiti di massa. È felice: ora la sua vita ha un senso, perché fa parte di un progetto di redenzione umana. La sua fame di conoscenza è inesauribile». A Roma, il centro della sua vita sarebbe diventato Antonio Labriola, professore di filosofia ed etica politica che, al di là degli impegni universitari, si trovava in contatto con gli ambienti più avanzati delle socialdemocrazie europee. Del gruppo di Labriola Angelica entrò a far parte: conobbe Enrico Ferri, Turati, Treves, Prampolini anche se, la sua natura e la sua preparazione, l'avrebbero spinta ad aderire alle istanze più radicali. Conobbe Anna Kuliscioff, cominciò a frequentare L'Avanti! avviandosi a diventare una giornalista e un'agitatrice di professione. Molto più tardi, l'11 febbraio 1941, un giornale di Londra, The Star, avrebbe pubblicato un lungo articolo intitolato «The woman who made Mussolini», la donna che creò Mussolini, in cui veniva raccontato il primo incontro a Losanna, nel 1903, tra quello che sarebbe stato il futuro capo del fascismo e «l'ardente predicatrice del marxismo». «Dall'interesse che la polizia di tanti Paesi, tra queste Scotland Yard», leggiamo, «aveva per questa giovane donna, tu puoi immaginarla come la più bella spia in Europa, che si lasciava dietro un indefinito profumo di violette ovunque andasse, un'esperta nel rubare piani segreti. In verità miss Balabanoff non è né spia né meravigliosa. È piuttosto una piccola, informe giovane donna, con occhi sporgenti e scuri. Aspetto slavo e voce alta. Ha una serietà gentile. Al mondo alla moda lei potrebbe sembrare una figura un po' assurda, ma nessuno ride quando parla». Angelica, continuava l'articolista, dopo l'incontro di Losanna, avrebbe provato a costruire un'anima a quel giovanotto sfrenatamente ambizioso, incolto, pavido e impastato di menzogne, grande bestemmiatore che rispondeva al nome di Benito Mussolini: ma avrebbe fallito. Qualcosa che non avrebbe mai perdonato a se stessa. Quanto all'intellettuale Margherita Sarfatti, altra donna di Mussolini e storica nemica di Angelica, che nei suoi scritti l'aveva impietosamente descritta come donna di «piatta e sudicia bruttezza calmucca, di corpo deforme», aveva tuttavia finito col dover riconoscere che «quando parlava, l'anima saliva a divorarle il volto. Non si vedevano più che due occhi accesi da fiamme, sia di entusiasmo, sia d'indignazione. Non esistevano per lei vie di mezzo». Grande oratrice, anima integerrima, sinceramente votata alla causa dell'uguaglianza e alla difesa dei diseredati e degli ultimi, Angelica ci viene descritta dal suo biografo sullo sfondo del secolo breve, il Novecento. Decenni fatti di entusiasmi, speranze, disillusioni, di due micidiali guerre mondiali e di tanti altri conflitti regionali che hanno prodotto milioni di morti e profondamente inciso sulla personalità di tutti coloro che li hanno vissuti. ANGELICA, di quei decenni, fu protagonista, anche se il suo ricordo è stato, oggi, quasi rimosso a causa delle posizioni congiunte di bolscevichi, comunisti e socialisti che di lei, in più occasioni, si servirono, ma che vollero, successivamente, prendere le distanze dal suo rifiuto nei confronti di ogni compromesso, dalla sua rettitudine e da quell'inesauribile polemica che l'accompagnò sino alla fine della vita contro l'arrivismo dei dirigenti e il loro arricchimento senza freni. La Mattina che è giornalista, tra altre testate della Stampa, ha letto tutto quello che gli è stato possibile trovare su di lei: saggi, epistolari. Ha consultato archivi e molti dei quotidiani di quegli anni, italiani e stranieri, ha intervistato i pochi superstiti. Una ricerca ad ampio raggio che avrebbe forse meritato un editing più accurato: una data vistosamente sbagliata, il cognome di Consani, una delle tante spie che la controllavano durante il soggiorno parigino, negli anni Trenta — forse la più insidiosa per quel suo passato di rivoluzionario quindi asservito e pagato dall'Ovra, la polizia segreta di Mussolini — che per due volte viene proposto come Consalvi, qualche periodo un po' traballante. Ma, in ogni caso, un'opera di tutto rispetto che meriterebbe di venire diffusa nelle scuole per ricordare, in particolare ai giovani, di quanta abnegazione, sofferenze, ideali spesso traditi si sono dovute far carico le generazioni che ci hanno preceduto per strappare al «potere» diritti che quegli stessi giovani utilizzano oggi quasi con indifferenza. La Mattina segue Angelica nei giorni drammatici che precedettero la Prima guerra mondiale con il conseguente fallimento delle posizioni internazionalistiche contrarie alla guerra, la segue a Mosca, nel 1917, in piena rivoluzione, nei suoi rapporti con Lenin, Trockij e tutti gli alti dirigenti del Cremlino dove contrappose la propria purezza ideologica ai «lucidi calcoli» del metodo leninista di cui intravide, insieme a Rosa Luxemburg, le origini di quella trasformazione in senso totalitario che si sarebbe chiamata stalinismo. Dopo Mussolini infatti la seconda cocente delusione le venne procurato da un uomo, Lenin appunto, che tuttavia giudicò grande: e fu su quella spinta che avrebbe cominciato a scrivere poesie e pagine di memorie, per le quali avrebbe trovato grandi difficoltà nel procurarsi un editore. Ma il suo tempo era ormai concluso; si trasferì nel 1935 a New York dove rimase per dodici anni e dove, muovendosi istancabilmente, avrebbe tentato, seppur senza risultati, di mettere in guardia l'opinione pubblica contro la politica di Mussolini, Hitler e Stalin. L'ultimo uomo che si servì di lei sarebbe stato Giuseppe Saragat, al momento della nuova scissione socialista subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale e la fondazione del PSLI. Quel Saragat medesimo che, una volta diventato presidente della nostra repubblica, non esitò ad allontanarla da sé. Molto ammalata e sola, quella che dall'Unità veniva ormai, con estrema eleganza, definita «la vecchia ciabatta», morì a Roma nel 1965 e, per suo desiderio, fu seppellita vicino ad Antonio Labriola. «Non è forte chi fugge il dolore:/ il dolore, il lutto,/ il ricordo dei morti/ ci rende forti,/ ci aiuta a lottare/ per vendicare,/i nostri martiri, i nostri eroi/ morti per noi, morti per voi». Questo aveva scritto Angelica.
Ida Boni
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