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Cultura & Spettacoli

27.06.2012

La crisi & il poeta

CLASSICI. I guasti del liberalismo spacciato come via per la felicità

William Faulkner a 50 anni dalla morte è già un mito Escono i versi, inediti in Italia, dello scrittore che narrò la Grande Depressione: verità tanto attuali

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Terminati i romanzi di Faulkner, un malessere assale. Rimorso di coscienza, cruccio, male di vivere. Nelle sue microstorie di passioni e tragedie, simili a un formicaio di vite che cozzano le une sulle altre, non esiste verità. Come non esistono giustizia, uguaglianza, felicità. Claudio Magris ne ha inquadrato il pessimismo cosmico: «Nomi emergono dall'ombra, fatti ed eventi si accavallano, personaggi sconosciuti e già scolpiti fulmineamente per l'eternità appaiono e scompaiono nell'ombra. Maestro del romanzo sperimentale e scrittore classico che non si vergogna di interrogarsi sulle cose ultime, Faulkner non è scevro di difetti, talora difettacci, quali ridondanze, eccessi di pathos, rigoglio proliferante di immagini, prosa troppo densa e limacciosa. Ma pochissimi scrittori della letteratura universale come lui riescono a dare il senso del tempo che scorre nelle vene dell'individuo e della Storia e prima o dopo si raggruma in trombi mortali che le squarciano». Riletto cinquant'anni dopo la morte (6 luglio 1962), lo scrittore americano appare mito inossidabile. Perché ha concepito che l'uomo è artefice delle proprie sconfitte; che il progresso viaggia su un binario parallelo con l'ambizione; che i lucori delle novità abbagliano le luci dell'infanzia. Apparentemente il suo universo è ristretto alla contea di Yoknapatawpha, presso il Mississippi (il centro di Jefferson è immaginario, ma ricalcato sull'americana Oxford); lo stesso si può dire per i personaggi e il tempo, con le famiglie Compson, Sutpen, Sartoris, Snopes, McCaslin, Beauchamp, Benbow viste nell'avvicendarsi delle generazioni. In realtà queste scelte evidenziano il cuore della sua poetica. Il capitalismo ha distrutto la vecchia classe conservatrice agricolo-gentilizia con pseudovalori quali la ricerca individuale del profitto (non la condivisione dei beni), l'esclusività dei rapporti umani (non l'apertura sincera di quelli veri), il vissuto licenzioso (non le autentiche libertà). FAULKNER rappresenta la sua terra, il mitico sud, invasa dal liberalismo spacciato come benessere, che ha corrotto la purezza. Nel suo capolavoro, L'urlo e il furore (1929), si assiste alla caduta dei Compson con una trama psicologica che racconta le perdizioni dei singoli. L'intrico oscuro espresso col flusso di coscienza, che ha messo alla prova pazienti critici del «Joyce americano», è segno del meccanismo esistenziale dove le ingiustizie si concatenano. Geniale è la mise en scene del primo narratore, l'idiota Beniamin (Benjy), che inconsapevole della sua dissociazione mentale può vedere le alienazioni dei fratelli: sfoghi, ira, desideri di fuga e suicidio, quello che veramente accade. In Sartoris, il primo romanzo ambientato a Jefferson, la dignità trasmessa alla famiglia da un vecchio colonnello sudista (avo dell'autore) perde i suoi effetti. In Santuario si mostra la sconfitta dell'uomo intellettualmente ignobile e immerso nel degrado come in un «santuario del vuoto», per interpretare il titolo. Qui una ragazza si ritrova in una distilleria di balordi con un perfido capobanda che la usa a suo piacimento, mentre intorno — il clima storico è tra la crisi del '29 e il Proibizionismo — la società prosegue indifferente nelle sue ipocrisie. In Requiem per una monaca si rinnova il voto alla sofferenza come «necessario per salvare il mondo»: con la radiografia della crisi non manca un tentativo di riscatto, l'accettazione stoica del male, ma non passiva. L'uomo deve opporsi alle intrusioni della civiltà con un'ancora di resistenza al passato; dei personaggi, infatti, lo scrittore dice che «strisciano come muffa sul formaggio per distruggere la tradizione e la grazia». All'uscita dei romanzi, la denuncia di Faulkner incontrò resistenze dagli americani (quelle ferite erano vive): la biografia di Malcolm Cowley e il premio Nobel nel 1949 lo riconciliarono con la patria e lo resero noto in Europa, con giudizi entusiastici e l'impegno divulgativo in Italia da parte di Elio Vittorini e Fernanda Pivano, curatrice delle opere. Da lei abbiamo conosciuto sia l'uomo — un gentleman di campagna, ma non privo di vizi né alieno ai viaggi —, sia lo scrittore — grande perché ha affrontato la crisi americana non a posteriori (azzardo che oggi pochi hanno il coraggio di imitare). Faulkner smuoveva le coscienze, come in quest'eco di Keats in Bandiere nella polvere: «Lo sai quanto freddo può essere il mare prima dell'alba, con la bassa marea? Come giacere in un mondo morto, sopra il respiro morto della terra. È troppo grande per morire tutt'in una volta».


Stefano Vicentini

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