08.05.2012
CICLISMO. La perfezione meccanica che diventa culto della bellezza
DELLA BICI
E L'ARTE
Rosa rock: Elvis Presley su un telaio di bicicletta nel colore del Giro d'Italia, che domani sarà a Verona
«Tornemo indrio»: il titolo è in dialetto, tradotto glocalmente «Back to the Roots». E vengono da tutto il mondo, attirati dalla proposta di tornare alle origini, «a quando con pochi e semplici attrezzi, una morsa, una lima, una stecca e una saldatrice, ci si poteva costruire un telaio per bicicletta anche nel proprio garage». Il laboratorio per la costruzione artigianale di telai da bicicletta si svolge a Verona, dove domani parte il Giro d'Italia. Si lavorerà dal 10 al 13 maggio, in un'officina di periferia, via Scuderlando. L'iniziativa è di Oniricalab, che si affida a Dario Pegoretti, uno dei più famosi telaisti al mondo, chiamato un po' dappertutto (a fine mese sarà a Taipei a insegnare agli universitari e poi a Stoccarda) a svelare i segreti della sua arte e a tramandare la qualità di una tradizione italiana che si è affermata, dagli inizi del Novecento, tra le migliori al mondo. Oggi, nell'era del carbonio, la scuola ciclistica dell'acciaio è diventata una filosofia, quasi una religione. Pegoretti, trentino, classe 1956, coniuga la geometrica funzionalità con la bellezza. Ha imparato il mestiere a Verona, nell'officina del suocero, Luigino Milani, dopo aver gareggiato sino alla categoria juniores, per poi, dal 1997, continuare a Caldonazzo, in Trentino. A casa, custodisce gelosamente una teca che racchiude un foglio di carta con scritte le misure del telaio che Mario Confente realizzò per lui nel 1972, a Montorio Veronese. Il nome di Confente, per i devoti dell'acciaio, è come quello di un dio. «È successo due anni fa», evoca Pegoretti, «a una fiera negli Stati Uniti. Un collega mi dice; devo darti un regalo, e mi dà questa teca. Penso voglia prendermi in giro, invece riconosco scrittura e cifre: rimango basito». Quel vecchio foglio, con il nome del costruttore e del cliente destinato un giorno a continuare l'arte del maestro, è una reliquia. Perché Mario Confente è considerato lo Stradivari delle biciclette. «Un grande esecutore», dice Pegoretti, «una leggenda». Pegoretti, con altro stile, continua la tradizione dei grandi telaisti, quelli che fanno della bici un'arte, che mettono la loro fantasia al servizio di questo mezzo antico e quanto mai moderno, il solo che potrà salvarci dall'inquinamento da auto e moto sempre più numerose, il solo che, se utilizzato in massa, potrà consentire di continuare, anche, a circolare in auto in città, altrimenti, sempre più intasate. L'idea di Oniricalab è bella e può essere stimolo per tanti. «Facciamo vedere», dice Pegoretti, «che con poco ci si può costruire una bici. Diamo un indirizzo, consigliamo, spieghiamo come si fa. Realizzare un telaio significa avere otto tubi da mettere insieme per creare una geometria e un allineamento corretti per l'uso a cui la bici è destinata». «È un processo», catechizza Pegoretti. «C'è da imparare come accoppiare un tubo con l'altro, come metterli insieme perché gli angoli siano giusti, per poi brasarli con l'utilizzo come lega di canello e ottone. Poi, a lavoro finito, c'è da levare le scorie e limare il tutto». Il workshop «non sarà una disquisizione sul telaismo, ma un lavoro di esecuzione per far diventare padroni della tecnica. Il cuore della bici», teorizza Pegoretti, «è il telaio: poi montare il resto è facile. L'aspetto creativo viene dopo». Ma è quello che fa di Pegoretti uno dei più grandi. Lui si schermisce, ma nel 2010 ha esposto una sua bici al Museo d'arte e design di New York, le sue opere sono pubblicate in tanti libri, ha vinto il premio World Paper (una delle più importanti riviste di architettura e design), è stato inserito a New York tra i sei più grandi telaisti al mondo. Lui dice: «Io non ho inventato niente. Ho semplicemente usato lo spazio, la superficie del telaio, dal punto di vista estetico. E sono rimasto fedele all'acciaio. Mi hanno sempre collegato molto con il design. Dagli anni Novanta, sono cambiati i diametri classici nei telai delle bici. Sono cambiate le strade e c'è una ricerca sempre più forte di prestazione, anche da parte della gente comune». La bici proviene da un passato ricco di bellezza e poesia, grazie a persone come Mario Confente ieri, Dario Pegoretti oggi. La bici è il futuro e Pegoretti, con Oniricalab, torna all'antico per ampliare la possibilità che l'oggi e il domani siano su due ruote. Lui ammette di «avere una visione limitata della bici, che concepisco solo come bici da corsa, ma», aggiunge, «all'estero hanno un'altra visione, intendono la bici come mezzo per potersi muovere ed è la cosa più importante». «Fanno bici», spiega ancora, «costose e molto belle, eseguite a livello straordinario, con grande cura ai dettagli, anche al parafanghi, al portapacchi, alla lucetta, al catarifrangente; hanno una visione a 360 gradi. A Portland, la città dell'Oregon che è diventata simbolo della bici, un giovane telaista, bravissimo, mi ha portato un triciclo, costruito per la sua bimba, che è un autentico capolavoro, costato 12mila dollari. Le si pensa tutte per far girare al meglio le ruote per far muovere la gente. Negli Stati Uniti sono costretti a farlo perché le strade sono molto più intasate che da noi e la bici è l'unico mezzo possibile. Ma questa mentalità sta arrivando anche in Italia. È un bel momento per la bici: per certi versi, è un rinascimento».
Renzo Puliero
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