25.04.2012
MEMENTO. Gattatico, luogo storico diventato centro di cultura civica
Il 25 aprile a casa dei fratelli Cervi i sette fucilati dai nazifascisti È ancora come se ci fossero papà Alcide e mamma Genoveffa
LA LIBERTÀ
Aprile 1945, festa tra le macerie dopo la Liberazione a Verona, in corso Cavour. Il prete al centro è don Carlo Signorato, già nella Resistenza
C'è una fattoria nella campagna emiliana dove la Liberazione si celebra tutti i giorni dell'anno, ma con grandi fasti almeno due volte: è casa Cervi, museo di storia della Resistenza e museo di vita rurale. Lì ogni 25 aprile sono attese migliaia di persone per partecipare a testimonianze, incontri, spettacoli. Quest'anno ci sono in diretta gli «agitatori» radiofonici di Caterpillar, Solibello e Tobagi, il giornalista Corradino Mineo, la scrittrice Benedetta Tobagi, il comandante «Diavolo» Germano Nicolini, il cantautore Simone Cristicchi e il Nuovo canzoniere italiano con Giovanna Marini, Fausto Amodei e Paolo Petrangeli. A casa Cervi sono passati in tanti: premi Nobel, presidenti della Repubblica, attori e scrittori. Ci va spessissimo a cercare ispirazione il cantante Zucchero. Ci arrivano scolaresche e pellegrinaggi laici. Uno che frequentava spesso le campagne di Gattatico era Italo Calvino, autore che forse più di altri ha avuto un contatto diretto con papà Alcide e ne ha tradotto in narrazione il dolore e i racconti fabulistici sulla perdita dei sette figli maschi, fucilati il 28 dicembre 1943 dai repubblichini, dopo un mese di carcere a Reggio Emilia. «In questa casa sono avvenuti fatti di importanza storica enorme», scrive Calvino in un articolo del 1953. «Lo sviluppo politico e culturale e tecnico d'una avanguardia contadina in pieno fascismo, la nascita di un nucleo di fraternità internazionale in piena guerra, le prime esperienze di nuove forme di lotta partigiana che dovevano poco dopo propagarsi a tutta l'Italia occupata. Forse il vecchio Cide non mi interenderebbe. È una storia familiare, questa, per lui: è un lutto familiare il suo, come quello di tanti che hanno perduto i figli in guerra. Ma tra la vicende che studiavano i suoi figli la sera coi pugni sulle tempie intorno al tavolo nei volumi della vecchia storia d'Italia, questa storia familiare deve trovare il suo posto». La Liberazione ai Campi Rossi, 16 ettari di terreno sventurato presi in affitto dal mezzadro Alcide Cervi nel 1934, si ricorda oggi e si postfesteggia anche il 25 luglio perché quella giornata, nel 1943, con l'arresto di Mussolini, concise con l'impegno antifasciata più diretto — pure armato contro tralicci e caserme — dei fratelli Cervi, già prima itineranti nelle case contadine per diffondere idee socialiste. Erano guidati da Aldo, divenuto il più politicizzato della famiglia dopo una ingiusta detenzione in carcere durante il servizio militare. La caduta del fascismo fu all'origine della famosa pastasciutta che i Cervi con altre famiglie della zona offrirono in piazza: le donne tirarono la sfoglia, a Campegine arrivarono a centinaia per i maccheroni conditi dal burro e dal formaggio di Alcide, un lusso per quei tempi di fame, ma soprattutto sigillo alla voglia di tornare in piazza liberamente, senza obblighi di adunate. Ebbene, 15 anni fa, l'istituto Cervi ha voluto rinnovare quell'episodio storico e ora ogni 25 luglio con un raduno popolare e teatrale dietro il museo si ripete il rito: «Quando la pastasciutta era in bianco e le camicie no». Una famiglia diventata leggenda, scrisse Piero Calamandrei nell'orazione pronunciata a Roma a dieci anni dalla morte «il sacrificio di sette fratelli caduti nello stesso istante, per la stessa causa, nella nostra storia non c'era ancora: forse non c'è nella storia di nessun popolo». Un unicum di cui si venne a conoscenza mesi dopo; qualche riga sui quotidiani, nient'altro: ma alla riesumazione dei corpi dalla fossa comune e ai funerali parteciparono 20mila italiani, col solo passaparola. In carcere fino all'ultimo istante con i figli, accusati di aver ospitato in casa fino a 80 prigionieri alleati in fuga dai nazifascisti, Alcide per gli aguzzini non valse nemmeno una pallottola. Restò dietro le sbarre a credere nel ritorno dei figli, nella cella numero 3 con Arrigo Benedetti che diventerà direttore del Mondo. Alcide fuggì dal carcere bombardato l'8 gennaio 1944, tornando a casa da quattro nuore vedove, due figlie, undici nipoti. La moglie Genoveffa Cocconi di lì a poco morì di crepacuore. La storia gli assegnò un destino alla rovescia: la continuità generazionale toccò a lui, settantenne, che ricostruì il monolite familiare attraverso i nipoti. La fattoria modello bruciata la sera del raid tornò a funzionare, in una teca espose le sette medaglie d'argento al valor militare che il Presidente Einaudi gli consegnò nel 1947. Le radici cattoliche, la tessera del Partito popolare, la fede fervente di Genoeffa sono documenti di un museo che ben descrive la parabola sociale e culturale di contadini colti, sfociata inevitabilmente nella presenza pubblica. Divennero partigiani, sia pure defilati rispetto all'organizzazione emiliana sugli Appennini. Oggi sarebbero stati sindacalisti, assessori, forse deputati nel nome di un'Italia unita e democratica, più che comunista. Sul piano rurale fecero scuola in tema di colture e allevamento, crearono una biblioteca a disposizione dei contadini mescolando Vangelo con Silvio Pellico, Gorg'kij e Dostoevskij, Il Capitale di Marx, La concezione materialistica della storia di Labriola. Furono consapevoli che «lo studio e la circolazione delle idee erano il primo antidoto contro la propaganda e l'arroganza della dittatura», come sintetizza Luciano Casali nella riedizione de I miei sette figli (Einaudi), libro di Alcide Cervi a cura di Renato Nicolai che battè nel 1955 ogni record di vendite. L'epica della libertà, il valore simbolico di chi si fa-da-sè, affonda e poi rinasce nel mito sono a tutt'oggi elementi irresistibili di attrazione oltre ogni ricorrenza storica. Quasimodo lo riassunse in un verso: «Morirono tirando dardi d'amore nel silenzio».
Nicoletta Martelletto
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