12.04.2012
IL ROMANZO. «I fantasmi del cappellaio»
Si sa subito chi è l'assassino, però la sorpresa continua fino alla fine
Gli appassionati di George Simenon, a ogni ristampa dell'Adelphi che ne sta curando l'opera omnia, sono attraversati dal pensiero che stanno leggendo la sua opera più bella. Per venire smentiti dal romanzo successivo del prolifico e grande scrittore. È il caso, appunto, de I fantasmi del cappellaio (238 pagine, 10 euro, traduzione di Laura Frausin Guarino, a cura di Sandro Volpe). Libro singolare già dalla nascita, fu scritto in Arizona, a Tumacacori, nel dicembre del 1948 e pubblicato l'anno seguente. È la terza rielaborazione di un soggetto insistito e insistente nella fantasia dell'autore: la condivisione di un orribile segreto. Al primo racconto sul tema, Il piccolo sarto e il cappellaio (marzo 1947) seguì a poca distanza Beati gli umili, modificato nel finale, con cui Simenon vinse il premio dell'Ellery Queen's Mystery Magazine. In appendice a questa edizione del romanzo possiamo leggere, per completezza della trilogia, sia il primo racconto che l'ultimo capitolo del secondo. SIAMO d'inverno a La Rochelle, sferzata dalla pioggia (Simenon è abile nel farci entrare, in contemporanea a quello esteriore, nel paesaggio dell'anima dei suoi personaggi). Nel vapore di una perenne umidità, rassicurante ma cupo è il negozio del cappellaio Labbé, dirimpettaio del sarto armeno Katchoudas dalla povera vita, ricco solo di folta prole. I due dirimpettai sembrano spiarsi a vicenda. Labbé ha un terribile segreto che fa ripensare al film Psycho: mantiene dietro la finestra del piano superiore il simulacro di Mathilde, l'asfissiante, insopportabile moglie che, inferma, lui ha soppresso perché gli aveva reso la vita un inferno. La tranquillità delle strade viene scossa da una serie di omicidi di anziane signore. Comincia la caccia all'assassino. I commercianti hanno organizzato delle ronde. Un giovane giornalista, Jeantet, ha intuito che l'assassino è un uomo stimato, che non dà nell'occhio, un insospettabile serial killer, insomma. Alle cinque in punto tutte le sere i due dirimpettai si recano al bar del centro a sorseggiare i loro aperitivi. L'armeno sembra seguire il cappellaio con timida, ma ostinata puntualità. Tutti sanno che l'assassino scrive lettere premonitrici al quotidiano locale, ritagliando i caratteri a stampa e ricomponendoli a formare il suo messaggio. Una fatidica sera Katchoudas raccoglie dalla piega dei pantaloni di Labbé un rettangolino di carta rivelatore, ma non fa nulla per evitare il sesto delitto, ne è quasi testimone mentre sta pedinando il cappellaio («Il rumore fu quasi impercettibile, come il frullo di un fagiano che si alzi in volo da un bosco»). Il sarto vorrebbe denunciare il cappellaio alla polizia, ma desiste, intimorito da Labbé: «Al suo posto non lo farei, Katchoudas». Il cappellaio scrive ancora una lettera al giornale, preannunciando la «necessità» di una settima e ultima vittima. Sembrerebbe impossibile andare incontro a tante sorprese e colpi di scena in un romanzo in cui, già nell'incipit, conosciamo l'assassino. Eppure... E si è detto fin troppo.
Grazia Giordani
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