Il dna da gentiluomo

ADDIO. Lo scienziato si è spento in California, dove aveva lavorato all'istituto Salk. Vinse il Nobel nel 1975 per le ricerche sui virus oncogeni. Renato Dulbecco, morto a 98 anni è stato il pioniere delle ricerche sulla genetica del cancro. Affabile e popolare, andò in tv a Sanremo
21/02/2012
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Il Nobel Renato Dulbecco

Affascinante gentiluomo in smoking, come lo si vide a Sanremo, ma più a suo agio nel camice bianco da laboratorio. Il premio Nobel per la medicina Renato Dulbecco è morto a La Jolla, in California, dove viveva da molto tempo. Domani avrebbe compiuto 98 anni. «Le sue condizioni di salute erano ottime fino a sei mesi fa, poi ha avuto un malanno», racconta Paolo Vezzoni, che dal 1987 collaborava con Dulbecco al Progetto genoma umano del Cnr. Genetica e tumori: sono questi i due poli attorno ai quali si è mossa l'attività di ricerca dello scienziato nato a Catanzaro nel 1914. Se oggi sappiamo che i tumori sono malattie dai mille volti e che il primo bersaglio per aggredirli è il loro Dna, il merito è di Renato Dulbecco, considerato universalmente il pioniere delle ricerche sulla genetica del cancro che in pochi decenni hanno rivoluzionato la lotta ai tumori. Nonostante avesse la cittadinanza americana dal 1953, Dulbecco ha sempre mantenuto un forte legame con l'Italia, tanto da essere considerato il padre delle ricerche italiane sulla mappa del Dna, condotte all'Istituto di tecnologie biomediche del consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) a Milano. Sorriso spontaneo, una cortesia innata e il grande entusiasmo per la ricerca hanno fatto di lui lo scienziato gentiluomo, schierato in prima fila nelle battaglie a favore della ricerca sulle cellule staminali e per reintrodurre l'evoluzionismo nei libri scolastici. «Il figlio migliore», diceva, «lo si otterrà sempre dando amore, buoni cibi e buone scuole, non manipolando i geni. Perché la scienza non fa mostri». Dulbecco si iscrisse a 16 anni alla facoltà di medicina dell'università di Torino dove seguì i corsi dell'anatomista Giuseppe Levi insieme a Rita Levi Montalcini e Salvador Luria, altri due Nobel. A soli 20 anni si laureò. Durante la seconda guerra mondiale fu richiamato come ufficiale medico sul fronte francese e poi su quello russo.  Con la caduta del fascismo, Dulbecco entra nella Resistenza e fa parte del Cln di Torino. Dopo la guerra, nel 1947, decise di trasferirsi negli Stati Uniti per raggiungere Luria, fuggito dall'Italia a causa delle leggi razziali di Mussolini. Un viaggio che cominciò con una sorpresa: l'incontro inatteso con Rita Levi Montalcini. «Senza saperlo, ci ritrovammo sulla stessa nave», raccontava. «Facevamo lunghe passeggiate sul ponte parlando del futuro: lei con le sue idee sullo sviluppo embrionale e io pensando alle cellule in vitro per fare un mucchio di cose in fisiologia e medicina». Sono le strade che entrambi seguono negli Usa e che portano Dulbecco nel California Institute of Technology (CalTech), dove comincia a occuparsi di tumori. I TUMORI, scopre Dulbecco ancora nel 1960, sono indotti da una famiglia di virus che in seguito chiamerà oncogeni: è la scoperta che gli aprirà la strada del Nobel ricevuto nel 1975. Dulbecco venne insignito inoltre della laurea honoris causa in scienze dall'Università di Yale, inoltre era membro dell'Accademia dei Lincei, dell'Accademia nazionale delle scienze americana e membro della Royal Society inglese. Nel 1972 infatti Dulbecco lasciò gli Usa per Londra, come vicedirettore dell'Imperial Cancer Research Fund.  Dopo il Nobel, condiviso con David Baltimore e Howard Temin, ritornò all'Istituto Salk, in California, per studiare i meccanismi genetici responsabili di alcuni tumori, in primo luogo quello del seno.  Il suo rientro in Italia, nel 1987, coincise con l'avvio del Progetto internazionale genoma umano, del quale Dulbecco diventò coordinatore italiano. Un'esperienza che si arenò però nel 1995 per mancanza di fondi, delusione che contribuì a riportare lo scienziato negli Stati Uniti. «Di Dulbecco sarà ricordata la lungimiranza», dice Alberto Turco, genetista dell'Università di Verona. «È stato il padre spirituale del progetto internazionale del genoma umano. Con grande perspicacia aveva pensato che per capire più a fondo sia lo sviluppo normale dell'organismo che delle patologie, la lettura del genoma umano era fondamentale. Possiamo dire che con lui è iniziata una nuova era della medicina.  Un grande specialista, ma  semplice  e umano, vero divulgatore  della medicina».

Silvia Bernardi




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