Shoah e altre disgrazie. «Tra nonno
e nipote riallaccio i fili della vita»

FABIO GEDA
20/02/2012
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Fabio Geda, in libreria con L’estate alla fine del secolo (Dalai editore)

Sta scalando le classifiche con L'estate alla fine del secolo (Dalai editore), il suo quarto romanzo: Fabio Geda, torinese, classe 1972, è diventato famoso con Nel mare ci sono i coccodrilli, storia narrata attraverso gli occhi del ragazzo afghano Enaitollah Akbani, 200mila copie vendute in Italia, tradotto in 30 Paesi, che tra poco sarà un film per la regia di Francesca Archibugi. In L'estate alla fine del secolo lo scrittore parla del difficile rapporto del dodicenne Zeno con nonno Simone. La conoscenza tra i due è stata improvvisa. Zeno, nato e cresciuto in Sicilia, non aveva mai saputo del nonno materno, che abita, quasi come un eremita, a Colle Forte, vicino a Genova. L'improvviso incontro, e la successiva convivenza, sono dovuti al fatto che il padre del ragazzo si ammala improvvisamente di leucemia. Urge portarlo in una clinica vicina a Genova che, però, non può ospitare anche Zeno. La madre, lontana affettivamente dal genitore per mille vicissitudini, non trova di meglio che chiedergli di ospitare il figlio. Nonno Simone, suo malgrado, accetta. È l'incontro di due dolori: quello di Zeno per il male di papà, quello di nonno Simone che — ebreo nato proprio il 17 novembre 1938, giorno in cui furono promulgate le leggi razziali — ha vissuto tutta una vita di rinunce e di ombre.

Da dove le è venuto lo spunto?
Ho conosciuto Franco Debenedetti Teglio, cui è dedicato il libro. È lui nonno Simone. Mi ha raccontato cosa ha voluto dire per lui nascere ebreo: fughe, isolamenti, esilio, il suicidio del padre che non ce l'ha fatta a reggere, il non sentirsi mai al proprio posto e nel luogo giusto. Io gli ho chiesto di poter raccontare. La parte del ragazzino Zeno è, invece, tutta di fantasia. Incontro molte storie che mi s'insinuano nella mente e restano lì, a lievitare come la pizza. Poi una, la più forte, prende il sopravvento sulle altre. La scrivo perché mi interessa; non per gli altri, ma per me.

Perché ha scelto, come ambientazione, l'estate 1999? Quell'anno marca la fine del Novecento, il secolo di nonno Simone. C'è anche una ragione pratica, utile alla scrittura: così non parlo di telefoni cellulari, all'epoca d'uso limitato.

Se nonno Simone esiste realmente ed è Franco Debenedetti Teglio, come è riuscito a trarre un romanzo, cioè finzione, da fatti reali?
Avevo già fatto esperienza con Nel mare ci sono i coccodrilli, raccontando la fuga vera di un ragazzino dall'Afghanistan in Italia: avevo cercato di far apparire solo la voce di Enaitollah, mentre lo scrittore tenderebbe sempre ad affiorare in primo piano. Per scrivere L'estate alla fine del secolo ho chiesto a Debenedetti di raccontarmi tutto e poi ho ripreso liberamente le sue parole.

L'incontro tra il nonno e il ragazzino è difficile: come superano la diffidenza e arrivano ad avvicinarsi?
È un lungo percorso, attraverso i gesti della quotidianità. Più che il parlare conta il fare e il fare insieme. La conoscenza passa attraverso i gesti. Io sono stato educatore di ragazzi con problemi psichici, so quanto vale l'azione sul pensiero, specialmente nei preadolescenti come Zeno. Quando, verso la fine del romanzo, nonno e nipote scoprono la comune passione per la pittura e dipingono un quadro insieme, quello è il gesto che sfonda l'ultima barriera. Questo nonno ha vissuto drammi da piccolo. Dopo la guerra, altre difficoltà come il complesso d'inferiorità verso il fratello maggiore più dotato, che poi, però, finirà col suicidarsi. Nonno Simone ha avuto nella vita grandi successi, ma una costante aura di paura e di distacco. Quasi la volontà di scomparire. Ecco: nel romanzo ho operato un capovolgimento di prospettiva. Non ci troviamo di fronte un adolescente in balia di insicurezze varie, che cerca conferme in un anziano. Sarà, invece, proprio il piccolo Zeno a far trovare al nonno la fiducia di accettarsi e di sopravvivere. Proprio Zeno, cui sua madre non si dedicava più perché curava il marito, e che era stato quasi costretto a sentirsi tagliato fuori dalla propria famiglia.

Qual è la sua tecnica di scrittura?
Seguo quel detto anglosassone: show, don't tell. Non raccontare, mostra. Scrivo quel che vedono gli occhi, le sensazioni le trasformo in materia, in ciò che cade sotto i sensi: il sapore dei cibi, l'odore dell'erba, la temperatura dell'acqua nel lago.

Si sente nel suo romanzo la fascinazione verso la cultura ebraica e il dolore, ancora attuale, per la Shoah...
Il credo, il culto, la tradizione ebraica mi seducono. La Shoah non si può e non si deve dimenticare. Però, e ne ho già parlato nel mio libro Nel mare ci sono i coccodrilli, si sta compiendo un'altra strage nel nostro Mediterraneo, quella dei migranti. Finora i morti sembra siano stati 25mila.

Nel suo romanzo c'è posto anche per l'amore: quello di Zeno per la biondissima Luna, che poi reincontrerà e sposerà. Pensa che i bambini siano capaci di sentimenti così forti?
I bambini amano, ancora prima di sentire le pulsioni del sesso. Si possono trovare innamorati di cinque anni.

Nel libro appare anche il fantasma di una bambina dai corti capelli scuri e una fascia azzurra, che subito scompare. Per fare la sua conoscenza, Zeno quasi annega nel lago.. Rappresenta il passato, inafferrabile, ma indimenticabile.

Nelle ultime pagine del romanzo è disegnata una storia a fumetti...
Sì, Zeno è un grande appassionato del fumetto, sarà la sua professione nel futuro. Inventa un eroe, Sukran, che libererà nel 2050 i prigionieri dai campi di concentramento costruiti per gli extracomunitari.




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