Da « Pulsatilla » alla lampadina che si è bruciata

AUTOSATIRA. «LA MILONGA DEI MARONI COTTI»
Debutto letterario al vetriolo per Francesco Olivieri
12/07/2009
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Francesco Olivieri

Si fa per dire ma qualcosa di vero c'è a tirare in causa i non-sense e i calembour del miglior Woody Allen, quello che ancora non osava fare il verso a Bergman. «Il dormiglione», ad esempio, impacciato di autoreferente ironia, cinico quanto basta e soprattutto, divertente.
Volendo andare in salita, come tutti gli autolesionisti pacati, Francesco Olivieri definisce il suo «La milonga dei maroni cotti» (Leone Editore) un controromanzo pop. A prenderlo sul serio verrebbe precisare che un «controromanzo» non ha nulla da dire e dunque, che non faccia l'intellettuale à la page perchè il «pop» di forforoso ha solo la sicumera dei sedicenti critici musicali di provincia.Non ha il fisico- è un ragazzone grande e grosso- e un'agra capacità di sfottò che non raccatta troppi paragoni in giro. Forse, se la prende con tutti, dal primo vagito ad oggi proprio per dire «io ci sono». Buon per lui, che si accontenta indicando nientemeno che Pulsatilla tra le sue muse ispiratrici. Anzi, no, perché non si accontenta e lo si capisce leggendo tra le righe la cronaca quotidiana che ci propina, dalla sua venuta al mondo dopo un travaglio durato un giro d'orologio e un bel po' di disarmonie esistenziali che un po' gli piacciono e un po' no. Ma non se ne priva. Lo sfoglio del calendario è come lo spoglio delle schede elettorali da parte di uno scrutatore che sta sempre all'oppozione, quale che sia il governo in carica o quello che sta per essere eletto. Olivieri rovescia l'urna di cartone, fa la conta e mette insieme il taccuino di un viaggio giovane in cui pare, sempre, chiedersi «io che ci faccio qui». Amici, ragazze, studi universitari, lavoro, religione. Non quadra quasi niente ma non è una sorpresa.
A fare i seri, potremmo snocciolare come nostro l'assunto che si nasce per soffrire. Dandoci un po' di tono, che della vita non val la pena di preoccuparci perché tanto non se ne esce vivi. L'importante è resistere. A cosa? Al precariato, all'inflazione, alla fanciulla che ti molla e a quella che ti si appiccica addosso, alla lampadina del frigo che non si accende, al caro-benzina, a Bush che bombarda l'Iraq per fregargli il petrolio e al nostro presidente del consiglio di turno che gli va dietro, pancia in dentro e petto in fuori. A quelli che l'avevano detto e quelli che lo sapevano già. A ben vedere, non ha torto, chè ormai è tutto proibito se non dire che la và benone. Guai a mangiare un panino per strada, ad imboccare in bici un senso unico al contrario pena la decapitazione della patente- ma le ciclabili, dove sono?-, a tenere il ritmo delle ore, di notte, ascoltando gli U2 a San Siro sotto i novanta decibel.Viva il cielo, c'è sempre una moto a portarlo lontano, e, dispettosamente, un E-Mule da cui scaricare i film che i megastore vendono a prezzo di rapina. Olivieri è un'attcchino: il suo «controromanzo pop» è il manifesto di una generazione che le tante belle parole di chi si è seduto a tavola e ha sbafato tutto, dall'antipasto all'ammazzacaffé, non vuole più sentirle. E ha ragione da vendere. Bisognerebbe appiccarlo per strada, il suo libro blu, ingrandendo le pagine, tanto da invitare chi passa, indaffarato da sé stesso, a specchiarsi. Non ricordo chi l'ha scritto ma una risata, forse, ci salverà.
Donatello Bellomo

Donatello Bellomo