Doppio enigma. È donna la saga di Bellano
ANDREA VITALI
Nibbio. È un caso che Andrea Vitali apra il suo nuovo romanzo, «La madre del sole. Due donne, due misteri» (Garzanti) incollando il nome del capo dei Bravi manzoniani al battello della Navigazione Lariana che solcava le acque del Lago di Como negli anni Trenta?
O è solo una coincidenza?
Assolutamente no, è un omaggio al padre della patria, Manzoni. Il padre della riva orientale del lago, dove sono nato. Credo che non ci sia mai stato un battello che si chiamasse così. Ci ho pensato io.
Ancora il lago, ancora Bellano. Lo straordinario sta nel fatto che le vicende di questo paesino dove lei, figlio di un impiegato comunale, medico condotto e narratore di successo vive e lavora- storie minime ambientate negli anni Trenta, capaci di fare grande un romanzo - si leggono, eccome, dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno.
Ho messo a frutto l'insegnamento di Crovi e di Bassani, Arpino, Piovene, Sgorlon. La mia Fortuna ( lo scriva con la Effe maiuscola, per piacere), è stata quella di ricevere l'affetto della gente del mio lago, del mio paese, che ha iniziato a vedersi raccontata sulle pagine pubblicate. Ho attinto a confidenze vere e proprie, fatte a me proprio perché diventassero un romanzo. Tutti mi conoscono e tutti conoscono la mia famiglia. Non so quanti problemi burocratici abbia risolto mio padre lavorando dietro a una scrivania dal dopoguerra agli anni Ottanta. Non so quante persone abbia aiutato e consigliato.
Il cliché di Vitali erede di Piero Chiara non è male, anzi. Ma ha rischiato di essere un'ombra lunga.
No, è stato un onore. Nei tempi in cui imperavano sperimentalismi sul tipo del Gruppo '68, leggevo il suo «Cappotto di astrakan»- e non è il romanzo migliore, soprattutto se paragonato alla «Stanza del vescovo»- e respiravo. Una boccata d'ossigeno in mezzo al nulla. Ma lui era un intellettuale, scriveva con una proprietà e con una puntualità irraggiungibili.
I suoi romanzi hanno una sola collocazione spazio-temporale. Del luogo abbiamo già detto. Perchè l'epoca fascista?
È un escamotage. Prendo vicende attuali e le trasporto in quel periodo. Il sindaco diventa podestà, la Democrazia Cristiana, il Partito Unico. Quando il presente perde la connotazione di cronaca, diventa romanzo.
Non se la prenda, Vitali, ma lei ai suoi personaggi affibbia nomi e cognomi che in sé, fanno sorridere. Salvo che lei non lo faccia...diciamo così, cercandone la valenza musicale.
Li scovo sull'anagrafe, sul calendario di Frate Indovino e passeggiando al cimitero. E mi impegno nella ricerca finché non trovo le generalità perfette per ogni personaggio della vicenda.
'sta cosa della serialità, da Guareschi a Camilleri gliel'avranno già tirata fuori chissà quante volte.
La mia serialità sta nel territorio. Solo quella. Io ho bisogno di una geografia e la sola che conosco bene è quella della mia terra. Mi piace l'idea che sia protagonista di tutte le storie, che sia il teatro, la filodrammatica delle vicende che narro.
Lei è pronto a voltar pagina. Sempre Bellano ma ottant'anni prima, a metà Ottocento, per il prossimo romanzo.
Mi sembra che da parte della critica mi vengano segnali come se... la facessi facile. È una sfida che accetto. Racconterò di un naufragio nelle acque del lago.
La critica l'ha sempre trattata benissimo. Idem per i premi. Salvo, scusi, lo Strega l'estate scorsa. Come se qualcuno l'avesse tamponato. Sa, il colpo della Strega...
Sono entrato nel tritacarne dei premi con il sorriso sulle labbra. Mi sono divertito. Ho conosciuto questo spaccato del mondo letterario, dove la gente, generalmente, si incazza, ma c'è chi si diverte. Ci devi andare con l'idea di giocare, sennò sono guai. Non c'è granché di diverso dai concorsi che si facevano nelle scuole, il tema migliore era sempre quello del figlio dell'ingegnere del Cotonificio Cantoni o dell'avvocato di grido. Ma non me la sono presa: sono andato a Benevento bello tranquillo e quando ho visto le foto di quelli che avevano vinto, beh, ho visto la storia della letteratura italiana. E anche qualche marchetta.
Il romanzo, questo. Un titolo che attnge a un'espressione per niente padana, un'immagine per spaventare i bambini. Qui si usava dire del lupo, del babau, dell'uomo nero.
«La mamma del sole». Mia moglie è sarda. Siamo andati a presentare ai parenti nostro figlio. Una folla, metà di mille. Chiacchierando, mi hanno raccontato della mamma del sole, una figura che mi ha molto suggestionato per la solarità evocativa, contrariamente alla cupezza del babau, dell'uomo nero.
Un sole di luglio che spacca le pietre. Due donne misteriose, una che crede di aver avuto un figlio nato morto e l'altra che ne ha quattordici. Sullo sfondo, nel 1933, la trasvolata oceanica di Italo Balbo.
Quella del volo è un'eredità familiare. Mio padre, durante la guerra era militare in aviazione a Rodi, mio fratello è pilota civile. Questa impresa degli idrovolanti è un fatto comunque eroico, dalla risonanza mondiale. Era l'eccellenza del made in Italy che si vendeva nel mondo.
Aggiungiamo per inciso che al grande inganno hanno contribuito le vittorie di Primo Carnera, di Varzi e Nuvolari, della Nazionale di Pozzo. E azzardiamo che il romanzo è meno pregno, rispetto ai precedenti, di quell'aspetto ludico, godereccio, della provincia che così come soffre, si confida, parla e sparla, altrettanto gode in silenzio.
Sono d'accordo. Il sacerdote, ad esempio, sa e tace. Lo facciamo, talvolta, quando è necessario, anche noi medici. Non mentiamo ma non diciamo tutta la verità, quando la verità è necessaria.
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