Trinca e Garrone, ovvero il successo non dà lavoro

IDEE DI FUTURO. L'attrice e il regista hanno incontrato il pubblico
Lei è senza ingaggi, almeno in Italia, e l'ultimo film lo ha girato in Francia. Lui ha dovuto abbandonare un progetto a metà
14/03/2010
Zoom Foto
Jasmine Trinca e Matteo Garrone alla Gran Guardia FOTO BRENZONI

«Purtroppo al momento sono senza contratti. Per il futuro cosa mi auguro? Che in Italia si torni a fare tanto», dice Jasmine Trinca. «Ho lavorato per sei mesi a un progetto sui media, una Dolce Vita moderna, ma ho dovuto abbandonarlo. In futuro? Chissà...», rincara Matteo Garrone.
I presentatori Alberto Fezzi (avvocato e scrittore) e Paola Prestini (attrice e copywriter) la domanda sulle aspettative per il domani dovevano farla per contratto. Questa volta, però, la sincerità delle risposte ha spiazzato il pubblico. Il settimo incontro di «Idee di futuro», rassegna organizzata da Idem - Percorsi di relazione, in Gran Guardia, dedicato al cinema, un'idea del futuro l'ha data e non è rassicurante.
Com'è possibile che una delle più quotate attrici italiane (La meglio gioventù, Romanzo criminale, Il grande sogno) e il regista di Gomorra fatichino a trovare ingaggi? Tricolore a mezz'asta e fuga di cervelli verso la Francia, dove, secondo Jasmine Trinca «le attrici sono circondate da un'aura diversa: c'è un'attenzione per le giovani interpreti che qui manca. In Italia ho notato una mancanza di curiosità: vieni riconosciuto con l'idea che trasmetti. Dopo La stanza del figlio, ad esempio, a me venivano proposti solo ruoli da fidanzata». Eppure l'attrice, 29 anni il 24 aprile, in Italia vorrebbe restare. «Il regista francese del mio ultimo film, Ultimatum, era un vero sadico», racconta tra il serio e il faceto, «mi maltrattava!»
Accomunati da un'indole discreta e da una timidezza accattivante, Garrone e la Trinca hanno dimostrato al pubblico veronese come si possa diventare famosi senza perdere la propria quotidianità. Lui è nato immerso nell'arte, figlio di una fotografa e di un critico teatrale, con un destino già orientato verso il culto dell'immagine: «prima di dirigere dipingevo, ma la mia era una pittura narrativa: in pratica sono passato da un solo fotogramma a 24 al secondo. Quando penso a un film parto sempre da suggestioni visive e anche mentre dirigo lo vedo come un film muto, un racconto per immagini». Il suo rapporto col realismo è di amore-odio: «Solo la realtà può permettersi di non essere verosimile. Se la porti così, nuda e cruda, sullo schermo, non ti crede nessuno: a me piace trasfigurarla». Svela così il trucco dell'appeal documentaristico di Gomorra: «c'erano tanti attori di teatro locali, anche scelti da compagnie nate in carcere: così univo le capacità alla fisicità, che per me viene prima di tutto». Un'esperienza straniante, con Roberto Saviano minacciato di morte e la gente di Scampia che curiosava e partecipava: «avevamo cambiato il titolo in Sei storie brevi. E loro ci dicevano: "chiamatelo Gomorra!»
Jasmine, invece, al grande schermo ci è arrivata per caso, per la curiosità di incontrare Moretti, intento a fare provini nel suo liceo. «Avevo appena compiuto 18 anni e lui mi chiese: "Per chi voterai?"».
Politica che torna in molti dei film che ha interpretato e sulla quale lei sembra avere le idee chiare: «Questa è un'epoca vuota. Una volta si alzava la voce per gli altri, oggi lo si fa solo per se stessi».
Adamo Dagradi

Adamo Dagradi