Il commelodramma di Ozpetek vola leggero fra tragico e comico
CINEMA. Una scoppiettante commedia familiare con qualche venatura di malinconia«Mine vaganti» conferma che il regista è l'Almodovar italiano
Per una coincidenza certo curiosa ma non fortuita, i film italiani del momento hanno tutti al centro del racconto la famiglia, ossia l'istituzione pilastro in una società a forte impianto familistico come la nostra. Una famiglia in crisi, ovviamente, in cui le difficoltà toccano maggiormente la linea verticale dei rapporti, quella tra genitori e figli. Se [FIRMA]La prima cosa bella di Paolo Virzì affronta in maniera agrodolce il difficile legame di un figlio con una madre perfino imbarazzante per il suo eccesso di vitalità; se Il figlio più piccolo di Pupi Avati punta l'attenzione sui guasti che la cialtroneria nella vita pubblica provoca a cascata anche nella dimensione privata; se Genitori e figli di Giovanni Veronesi illumina il dissesto del nucleo familiare come agenzia educativa in un mondo dove è stata sostituita da altri forgiatori di modelli, come una certa tv spazzatura, molto più accattivanti; Mine vaganti di Ferzan Ozpetek, appena giunto nelle sale, analizza l'esplosione delle relazioni affettive nel momento in cui il «non detto», tale soprattutto per il vincolo delle convenzioni, emerge d'improvviso con tutta la propria forza eversiva. Come una «mina vagante», appunto.
La storia crediamo sia ormai nota. In una azienda familiare di Lecce, il pastificio Cantone, è giunto il momento del passaggio generazionale delle consegne. Da Roma torna il figlio più giovane, Tommaso (Riccardo Scamarcio), che annuncia al fratello Antonio (Alessandro Preziosi) di voler rivelare al padre Vincenzo (Ennio Fantastichini) tre cose che non ha mai detto di sé: che non studia Economia ma è laureato in Lettere, che vuol fare lo scrittore e che è gay. Al momento topico, durante la cena che dovrebbe sancire il nuovo assetto aziendale, Antonio brucia sul tempo Tommaso, rivelando a sua volta la propria omosessualità. È una conflagrazione che sconquassa il microcosmo familiare. E da lì in avanti è come una specie di reazione a catena, perché tutti o quasi hanno un qualche segreto: il padre ha un'amante, la zia Luciana (Elena Sofia Ricci) è alcolizzata e anche un po' ninfomane, la figlia del socio, Alba (Nicole Grimaudo), ha un vissuto di sofferenza che la rende psichicamente borderline, e soprattutto la nonna (Ilaria Occhini) ha passato l'intera vita amando senza mai dirlo il fratello dell'uomo che aveva sposato. E c'è, ovviamente, l'omosessualità non dichiarata di Tommaso.
Ozpetek nel raccontare con eccesso una storia di eccessi che deflagrano a ripetizione procede, come è giusto, per sussulti e in un crescendo che rende la seconda parte più scoppiettante della prima. Conferma una volta di più di essere l'Almodovar del cinema italiano. Nessuno come lui sa transitare con leggerezza dal registro del tragico a quello del comico e viceversa. Basti vedere la straordinaria scena del «dolce» suicidio della nonna diabetica. A ben vedere le vicende che affronta sono melodrammi raccontati in chiave di commedia, ma senza mai rinunciare del tutto anche a commuovere. Commelodrammi, li potremmo definire, in cui il «mélos», il canto, ricopre un ruolo fondamentale. Come sempre, infatti, anche stavolta la scelta delle canzoni che integrano la narrazione è impeccabile.
Giancarlo Beltrame
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