Dalla guerra all'Iraq al crollo di Wall Street: causa ed effetto

SAGGI. Gabriele Catania in «Petrolio Shock» analizza il fallimento dei «neocon» di Bush e gli effetti su petrolio e borse
Europa e Giappone pagano il prezzo più alto a causa della dipendenza energetica dagli idrocarburi
01/11/2009
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Barili di petrolio estratto da pozzi irakeni durante la seconda guerar del Golfo

"Il surriscaldamento del pianeta è una minaccia grave, urgente e crescente per il nostro pianeta. Se continuiamo di questo passo, rischiamo di consegnare alle generazioni future una catastrofe irreversibile". Ha usato parole senza mezzi termini il presidente americano Barack Obama, il mese scorso durante il suo intervento al palazzo di vetro delle Nazioni Unite alla conferenza sul clima. Ad ascoltarlo c'erano i rappresentanti di tutti i Paesi del mondo. La battaglia sull'ambiente, al momento, sembra essere quella che sta andando meglio per l'inquilino della Casa Bianca. C'è grande sostegno su questo tema perché Obama ha creato già dalla campagna elettorale la connessione sulla quale tutti gli americani sono d'accordo: salvare il pianeta significa avere in prospettiva l'indipendenza dal petrolio. Tutti, secondo il presidente, vogliono un clima migliore, allontanare l'incubo delle terribili distruzioni di cui parla l'ex vice di Bill Clinton e premio Nobel Al Gore, e non vogliono morire dipendenti dall'oro nero. L'obbiettivo della squadra di Obama - guidata dallo scienziato e premio nobel Steven Chu - è quello di sviluppare fonti alternative di energia e un'avanzata industria manifatturiera capace ci creare centinaia di migliaia di posti di lavoro legati al rispetto dell'ambiente.
La scommessa dell'ex senatore dell'Illinois, come scrive Maurizio Molinari nel suo libro "Il Paese di Obama" (Laterza, pp. 196), è di aprire le porte a "una nuova generazione di invenzioni" e la California è il modello energetico a cui guardare al fine di raggiungere un triplice scopo: combattere il surriscaldamento del pianeta, aiutare la ripresa economica nazionale e soprattutto ridurre la dipendenza da nazioni instabili come i Paesi arabi e il Venezuela. Questo nuovo progetto americano è in netto contrasto con quanto svolto da George W. Bush. I suoi otto anni alla Casa Bianca e il forte legame con il Big Oil (le grandi compagnie petrolifere) sono stati esaminati in modo molto approfondito nel saggio del direttore del Comitato per gli Studi Geopolitici, Gabriele Catania, "Petrolio shock" (Castelvecchi Editore, pp. 344). Il sottotitolo racchiude molto bene il contenuto: "La crisi energetica dalle guerre di Bush alla polveriera iraniana". La tesi di fondo del volume di Catania è che Bush e i suoi consiglieri neoconservatori - che speravano l'invasione dell'Iraq desse il via a un contro-shock petrolifero capace di abbattere le petromonarchie del Golfo - sono stati i principali responsabili del terribile shock energetico e della crisi finanziaria odierna. "Con i loro errori, Bush e i falchi neoconservatori hanno messo fuori gioco l'unica industria petrolifera che avrebbe potuto compensare la crescita della domanda energetica mondiale, causata in primo luogo dallo sviluppo industriale di Cina e India", sostiene Catania, "Lo shock petrolifero ha colpito l'Europa e il Giappone molto più dell'America, ormai una superpotenza post-industriale e post-idrocarburica (due terzi del petrolio statunitense è destinato ai trasporti)". Catania ha il pregio di ricordare due dati importanti: il primo è che l'Unione Europea importa circa la stessa quantità di petrolio dell'America, oltre 12 milioni di barili al giorno, e che l'eurozona è, da sola, il secondo consumatore mondiale di oro nero; il secondo che negli ultimi anni l'unica grande potenza ad aver retto il passo dei giganti asiatici è stata proprio quella statunitense. Perfino nel 2008, malgrado due guerre estremamente costose, ventisei fallimenti bancari, la recessione immobiliare e il crollo delle Borse, il Pil americano ha fatto lievemente meglio di quello dell'eurozona. Catania esamina in modo davvero interessante la ritrovata prosperità del Texas di Bush, legata al mondo del petrolio e a quello del gas naturale, con Houston simbolo di questa rinascita, la relazione speciale che lega gli Usa all'Arabia Saudita, la ritrovata importanza geopolitica della Russia grazie al suo immenso armamento di materie prime. Materie prime di cui l'Italia così tanto ha bisogno. Nel saggio è sottolineato il dato secondo il quale il 74,5% di tutta l'energia consumata in Italia è ricavata da petrolio o gas naturale. L'Italia deve importare buona parte dell'energia che consuma: non a caso la sua dipendenza energetica è pari all'87%. Fanno peggio, in tutta l'Unione Europea, solo Cipro, Malta, il Lussemburgo e l'Irlanda, mentre la dipendenza energetica tedesca è del 61%, quella francese si attesta sul 51% (sotto la media del 54%) e quella britannica sul 21%. Se Obama decidesse di seguire il corso del suo predecessore, autorizzando un attacco all'Iran (quarto produttore petrolifero del pianeta), noi saremo i primi a risentire delle conseguenze e, avverte infine, Catania, "quel che è accaduto in questi anni apparirebbe, al confronto, un tragico scherzo", non solo per l'Italia ma per il mondo intero.
Simone Incontro

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