01.08.2012
IL TESTIMONE. Un uomo, che viaggiava dietro l'auto racconta sotto choc quello che ha visto
Il testimone: «Due erano distesi a terra. L'investitore era in lacrime» La moglie del ferito: «Usciva insieme a Carlo tre volte alla settimana»
«Un botto tremendo, e ho visto due bici volare». Un fotogramma, un'immagine di una frazione di secondo. Il testimone oculare, che preferisce restare anonimo, è ancora scioccato, ma si sforza di raccontare. La sua auto viaggiava dietro alla Golf che ieri mattina, a Bussolengo, ha falciato un gruppetto di cinque cicloamatori. Uno dei ciclisti, Carlo Marastoni, 71 anni, di San Massimo, è deceduto sul colpo. E un altro, Giovanni Bettoja, 66 anni, di Santa Lucia, è ricoverato all'ospedale di Borgo Trento, in prognosi riservata. «Mi sono fermato, e mi si è presentata una scena agghiacciante. Non riesco a togliermela dalla testa», prosegue il testimone. «Un ciclista era riverso sull'asfalto, immobile, coperto di sangue. Ho capito subito che per lui non c'era nulla da fare. E un altro, steso pochi metri più in là, gemeva e si lamentava. I loro compagni, tutti evidentemente sotto choc, cercavano almeno di ripulire dal sangue i due amici a terra. Anch'io avrei voluto dare una mano, ma non sapevo nemmeno da dove cominciare. Per fortuna i soccorsi sono arrivati molto in fretta». Il primo a fermarsi e a correre in aiuto al gruppo di ciclisti è stato proprio l'automobilista che li ha investiti. «Era affranto», racconta il testimone. «Piangeva, continuava a dire di non spiegarsi l'accaduto. Ripeteva: “Non li ho visti, non li ho visti”. Ho tentato di calmarlo. Gli ho chiesto se non fosse il caso di chiamare qualche suo parente, perché lo vedevo distrutto dal dolore. Siamo stati lì insieme per tutto il tempo dei soccorsi». Fino al lago di Garda, e ritorno. Un classico, per i cicloamatori. Marastoni, appassionato di bici fin da ragazzo, continuava ad allenarsi regolarmente, nonostante l'età. Suo compagno fisso di pedalate era proprio Bettoia, l'amico che ora si trova ricoverato in gravi condizioni all'ospedale Maggiore. Entrambi in pensione, avevano finalmente tempo per dedicarsi allo sport amato fin dalla gioventù. «Si trovavano regolarmente per andare a pedalare. I giorni della bicicletta erano tre: martedì, giovedì e sabato. Era sempre andato tutto bene», racconta la moglie di Bettoja, Adriana. È appena tornata dall'ospedale, dove si è recata insieme ai figli. Bettoja ha riportato molteplici lesioni, e i medici lo stanno tenendo sotto osservazione. Tuttavia, sulle sue condizioni c'è un cauto ottimismo: quello che ora stempera la tensione e rincuora la sua famiglia: «Non ricorda nulla dell'incidente, non sa cos'è successo. E per il momento, è meglio così». «Giovanni è stato iscritto ad associazioni di cicloamatori fino a poco tempo fa. In passato, da giovane, ha sostenuto anche qualche gara. La bicicletta, insomma, è una sua antica passione. E questo lo univa al suo amico Carlo. Uscivano sempre tre volte a settimana per allenarsi insieme», continua la signora Adriana. «A loro si aggregavano poi altri appassionati: amici, ma anche persone conosciute direttamente lungo il percorso. “Più si è, meglio è. Fare gruppo ci rende visibili e diminuisce i rischi di incidenti”, mi ha sempre detto Giovanni». Questa volta, purtroppo, non è stato sufficiente. E si aggiunge un altro capitolo sul libro nero degli incidenti stradali che hanno come vittime i ciclisti. Un'estate funesta, settimane bagnate di sangue. Pochi giorni fa, un Suv ha investito tre persone in via Garibaldi, provocando le ferite maggiori a una donna in bicicletta. E proprio oggi si darà l'estremo saluto al diciassettenne di Marzana, giovane appassionato di bici, investito mentre attraversava le strisce pedonali.
Lorenza Costantino
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