«Laggiù pezzi di vita persi nel mare»

IL RITORNO. Sono tornati a casa i sub veronesi che si sono prodigati per giorni immergendosi nel relitto della Concordia

Minciotti: «Fra vestiti e giochi ho visto una scarpa tacco 12: in un istante dal divertimento al dramma»
21/01/2012
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Da sinistra Bileddo, Fozzato, assessore Padovani, Minciotti MARCHIORI

Stanchi, infreddoliti, con la voglia di una doccia calda, ma ancora disponibili a raccontare l'agonia della Costa Concordia, di quel «gigante spiaggiato» che non dimenticheranno facilmente.
Sono rientrati a Verona ieri sera, dall'isola del Giglio, i soccorritori veronesi de gruppo speleosubacqueo del Soccorso alpino. Cinque volontari della Protezione civile, accompagnati in missione da due colleghi trentini e due vicentini, che da oggi torneranno ognuno alla loro vita. Ma che domenica non hanno esitato a salutare in fretta famiglie e professioni per tentare, per quanto possibile, di dare una mano.
Antonino Bileddo è insegnante all'istituto Marconi, Giuseppe Minciotti dirige il museo di Storia naturale, Franco Fozzato è disoccupato, ma ci sono anche ingegneri e falegnami: tutti con esperienza decennale nel salvataggio subacqueo. Ma il «viaggio» nel relitto della Concordia, dicono, è stato diverso dagli altri. «La chiamata è arrivata domenica a mezzogiorno e in serata eravamo già sul posto», raccontano. «Già dal traghetto la scena è stata impressionante: da lontanissimo si intravvedeva una linea bianca, la nave, grande praticamente come il porto. Passando a fianco sembrava di costeggiare una montagna».
Tre le immersioni effettuate dal gruppo veronese. La prima martedì, nella parte sommersa della nave; la seconda mercoledì, per un'ispezione del fondale; la terza giovedì, ancora all'interno del relitto.
«Entrando era chiara l'impressione di un evento apocalittico: in acqua c'era di tutto», raccontano, «calici, scarpe, cibo, suppellettili. E spostandoli, sapevamo che avremmo potuto imbatterci in un corpo. Ma eravamo pronti a fronteggiare le emergenze, lavorando in un ambiente così rischioso e in equilibrio precario». Il timore era che la nave potesse muoversi e scivolare verso il fondale più profondo. «All'interno sentivamo cigolii, scricchiolii, rumori che lasciavano presagire che qualche compartimento della nave stesse per collassare. Se così fosse stato, saremmo rimasti sommersi dal materiale anche noi».
Ma il ricordo di quest'esperienza avrà anche i volti degli abitanti del Giglio: poche centinaia di persone che «sono stati la vera protezione civile dell'isola», accogliendo e assistendo i naufraghi. E le donne hanno preparato pasti caldi alle centinaia di soccorritori giunti da ogni parte d'Italia.
Cosa resterà nei loro cuori? Alcune immagini di quel mondo sommerso e capovolto, pieno di valigie, documenti, abiti, giocattoli, persino una sedia a rotelle: pezzi di vita, abbandonati in fondo al mare. «Nella prima immersione mi sono ritrovato in mano una scarpa femminile con un tacco-12», dice Minciotti. «Nell'arco di pochi minuti, quei poveri passeggeri sono passati dal divertimento alla tragedia: mi ha fatto riflettere sulla precarietà della vita».
Martedì alle 16 il gruppo dei soccorritori veronesi sarà ricevuto a Palazzo Barbieri dal sindaco Tosi e dall'assessore alla Protezione Civile Marco Padovani per i ringraziamenti ufficiali da parte della città.E.P.