Quelle lunghe pause tra un acuto e l'altro

02/09/2010
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Massimo Ghini e Cecilia Gasdia

L'idea è senz'altro molto buona, quella che vuole assegnare ogni anno l'Oscar della Lirica ai migliori artisti dei palcoscenici operistici internazionali. Idea buona sia per la lirica che per Verona. Ma l'altra sera, in quello che era considerato l'evento celebrativo della sua nascita, lo spettacolo firmato da Francesco Magali e Marco Mattolini, ha finito col pagare un dazio in più. Nulla da eccepire sul suo lato artistico: i cantanti, l'accompagnamento orchestrale e corale, sono stati all'altezza. Diciamo che anche la presentazione di Massimo Ghini, pur nuovo ad esperienze del genere, può passare con la sufficienza, come tutto l'allestimento di luci e proiezioni. Ma lo spettacolo è mancato nella sua durata, finendo ben oltre il consentito: quasi dopo quattro ore. Davvero tante, troppe per una kermesse del genere. Colpa delle eccessive pause intercorrenti tra un pezzo e l'altro, dei commenti di ogni singolo protagonista, ai quali si sono poi aggiunti i fuori tema, le improvvisazioni (e ce ne sono state davvero in quantità), gli imprevisti, i tempi morti. Perfino il freddo pungente della serata non ha certo dato una mano…
Bisogna allora dare ragione a Vittorio Testa, storico dell'opera, conduttore del "Loggione" di Canale 5, quando aveva suggerito di alleggerire, il più possibile, lo spettacolo. Forte di una grande esperienza lo ha fatto intendere anche durante il suo breve intervento nella serata. Un suggerimeno comunque che, sappiamo, è già stato recepito da chi di dovere. G.V.