«Sono scappato, questo è stato l'enorme errore che ho fatto»
L'ESAME. Andrea Vesentini ha confermato la versione resa durante l'interrogatorio e al termine della deposizione ha cercato lo sguardo di sua madre che era in aula«Nicola non l'ho nemmeno sfiorato. Sono intervenuto per dividerli, si stavano picchiando per la sigaretta»
Andrea Vesentini è stato l'unico degli imputati a sottoporsi all'esame della Corte FOTO COSTANTINO FADDA
«Lo sbaglio enorme che ho fatto è stato scappare. Questo è stato l'errore più grande della mia vita perchè non avevo fatto niente, Nicola non l'ho nemmeno sfiorato». Ha rotto anche in aula, davanti alla corte, quel muro di silenzio che dal giorno dei fermi ha caratterizzato tutta la drammatica vicenda legata all'aggressione in corticella Leoni terminata con la morte di Nicola Tommasoli. Per due ore Andrea Vesentini è rimasto sulla sedia dei testimoni, per due ore ha raccontato di quella sera di fine aprile, di quel che accadde, dei giorni seguenti. Cose già scritte nei verbali, ma ieri le ha ripetute. Ha voluto farlo, e quando si è alzato, per la prima volta dall'inizio del processo ha cercato lo sguardo di sua madre e le ha sorriso.
È stato l'unico a chiedere di essere interrogato, lo ha fatto perchè quel peso con cui convive da quella maledetta sera doveva toglierselo dagli occhi, dalle spalle. «Questi dieci mesi sono stati indescrivibili, per sopportare ogni giorno, ho scritto lettere che ho dato a don Guido Todeschini e lui le ha lette su Telepace. Mi sono pentito di essere scappato quella sera, ho creduto che scrivere fosse un segno per far capire quanto mi dispiaceva». Ha iniziato a parlare immerso nel silenzio, in quell'aula affollata solo dai genitori e dagli amici dei ragazzi, mentre gli altri quattro giovani che come lui sono accusati di omicidio preterintenzionale in questa brutta storia, lo guardavano fisso. E qualche moto di stizza c'è stato da parte di Federico Perini quando Andrea ha ricostruito i comportamenti di quella sera iniziata storta, quando ha fatto nomi e situazioni.
[FIRMA]PORTAFOGLIO E DISCOTECA. «Avevo finito di lavorare ma nel pomeriggio mi ero messo d'accordo con un amico per andare al Berfi's. Ho cenato da mia madre e poi sono andato a Illasi, alle 22 ho incontrato i ragazzi al bar, c'era Corsi che ha deciso di venire con me. Abbiamo preso la mia macchina, io sono astemio così non ci sarebbero stati problemi al ritorno». Un passo dopo l'altro ha spiegato che dopo aver parcheggiato la macchina sul lungadige (Rubele, ndr) Guglielmo si accorse di aver lasciato il portafoglio in auto, a Illasi. «Avevo solo 15 euro con me, lui ha detto che forse qualcuno glieli avrebbe imprestati e siamo andati al Malta. L'appuntamento con Marco era verso mezzanotte, ho trovato un ragazzo che conoscevo e mi sono messo a parlare mentre Corsi ha incontrato Perini. Siamo rimasti lì circa un'ora». Ma il problema erano i soldi «e purtroppo non l'abbiamo risolto. Non so chi ha detto di spostarsi in un altro bar ma io ero stanco e alterato perchè volevo andare in discoteca. L'ho detto a Corsi e lui mi ha risposto lo so ma se non ho i soldi».
VIA CAPPELLO E IL PUNK. «Non conosco le vie di Verona, solo le principali, e mentre camminavamo mi sono messo a parlare con Veneri di professori e materie, anche lui faceva le Seghetti, la mia scuola. Ero davanti e Corsi si è fermato a parlare con un ragazzo, mi sono avvicinato e l'ho sentito dire in tono scherzoso: non è che mi daresti 15 euro? avete beccato il punk più squattrinato fu la risposta ma nessuno lo circondò. I toni sono rimasti sereni, si è messo a parlare di musica con Guglielmo che ha notato sul giubbino di Red la spilletta del suo gruppo preferito. Non gli è stata chiesta, il ragazzo l'ha data in mano a Corsi che me l'ha passata. Io l'ho guardata e gliel'ho restituita. Ho sentito quello che ha detto Red, ma non ci sono mai stati toni minacciosi, non è stato circondato e poi non lo abbiamo seguito».
LA SIGARETTA E LA LITE. «L'Highlander era chiuso, Veneri e Perini conoscevano la città e indicarono l'ex Bukowski, arrivammo passando per il primo vicolo e c'erano tre persone davanti all'ingresso, uno (che poi riconobbe in Csontala) dava gomitate alla porta che era chiusa. Corsi ha chiesto se gli davano una sigaretta e la risposta è stato un no secco. Te podei anca darmela la sigareta codino ha detto e Csontala è tornato indietro e si è messo faccia a faccia con Guglielmo dicendogli tu non sai chi sono io, ti spacco la faccia e Corsi gli ha dato un pugno. Nicola non me lo ricordo, non disse nulla ma gli altri partirono autonomamente». Tommasoli vicino al muro, Csontala e Corsi vicino alla ringhiera: «mi sono avvicinato per dividerli, ho tirato Csontala per i capelli, sono caduti lui e Guglielmo. Poi ho visto Cazzarolli che a testa bassa dava colpi ai genitali di Dalle Donne, sono andato a spingerlo via e poi sono tornato da Corsi. Allora ho notato Nicola a terra tra Perini e Veneri. Quella era la fine di tutto. Non ho visto dare calci o colpire. Ma non ho avuto la percezione che fosse così grave, accadde tutto in un minuto e mezzo, due al massimo». È stato allora che ha gridato: «basta, basta, andiamo via» e ha spiegato che fu la reazione perchè smettessero di picchiarsi. «Durante la lite dal vicolo siamo usciti sia io che Cazzarolli, si vede nel video». Poi la fuga: «sono uscito, Corsi mi è passato davanti e poi sono arrivati gli altri, Veneri era ferito a una mano ed era più indietro. E ho fatto l'errore di scappare».
I GIORNI SEGUENTI. Chiese a Perini cosa avevano fatto «lui ha risposto ghe sta dà un calcio e un pugno» e in macchina parlò con Corsi: «disse che aveva visto Veneri dare un calcio a quello a terra». Il giorno dopo, il primo maggio, non si parlarono. Ma venerdì lui e Guglielmo si trovarono. «Mi ha detto che doveva chiamare Perini e gli telefonò con il mio cellulare, poi chiese se lo accompagnavo in un bar di borgo Roma. C'erano Veneri e Perini, con me non parlarono, non mi conoscevano ma a lui dissero che andavano via non voglio farmi dieci anni di galera disse Perini ma Guglielmo rispose che lui non sarebbe scappato». E alla domanda se era preoccupato Vesentini ha risposto che «non era coinvolto nella discussione, che non aveva colpito nessuno».
I GIORNALI. La conseguenza di quella sigaretta negata la scoprì sabato mattina al bar vicino all'ufficio in cui lavorava come promotore finanziario. «Lessi il titolo, me lo ricordo ancora, in coma per una sigaretta negata e mi sentìì male. Chiesi di andare a casa, che non stavo bene, rimasi da mia mamma ma non riuscivo a mangiare. Ho pensato a cosa fare ma sapevo di non aver fatto del male a nessuno. Domenica parlai con mia madre e le dissi quel ragazzo in coma, c'ero anch'io». Chiamarono l'avvocato Toffali ma solo nel tardo pomeriggio riuscirono a incontrarlo e consigliò loro di rivolgersi al collega Francesco Delaini e di andare a costituirsi. «Ho parlato con Corsi, gli ho detto che andavo dalla polizia e lui mi rispose che sarebbe venuto con me ma che non aveva il coraggio di dirlo ai suoi. Parlammo con un amico per spiegargli che noi non avevamo toccato il ragazzo in coma. Perchè i giornali avrebbero scritto di tutto ma noi non c'entravamo». Questo in piazza ma a casa di Guglielmo c'era già la Digos. E l'ispettore Papa telefonò anche ad Andrea.
Fabiana Marcolini
Fabiana Marcolini
