Quando la vita si gioca tutta in un minuto
IL DESTINO. Quattro imputati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Così si è cercato di capire gli stati d'animo dagli sguardi di questi ragazziChi li deve giudicare avrebbe voluto sentire le loro parole. Il primo pugno sferrato a Nicola che era disteso per terra
La vita in minuto. Thomas Bernhard, il grande scrittore austriaco, se avesse aggiunto alle cronache fatali del suo libro [FIRMA]L'imitatore di voci un capitoletto in più, dedicato all'omicidio di Nicola Tommasoli, avrebbe potuto intitolarlo proprio così. La vita in un minuto. Il destino e l'esistenza di sei ragazzi giocati tutti in una manciata di secondi. Il tempo di un tafferuglio, cercato o subito non importa, o meglio importante ai soli fini processuali, nel buio di una notte divenuta più buia dopo che la morte ha inghiottito uno di loro. La festa che diventa di botto tragedia. E la vita che cambia di colpo tragitto. Al capolinea per Nicola, immobile a terra, per un calcio e un pugno «che gh'è stà dà». Verso un tunnel al termine del quale l'esistenza non sarà più la stessa per gli altri cinque.
Li guardo questi ragazzi, più giovani del mio figlio più giovane, li osservo con lo stesso sguardo dei genitori-giurati che ne dovranno stabilire le eventuali responsabilità, alla ricerca di un senso delle cose, per capire quali percorsi li abbiano portati nel vicolo cieco di Corticella Leoni la notte del primo maggio. Mi chiedo se queste traiettorie siano state disegnate dal caso oppure fossero lo sbocco inevitabile di un cammino predeterminato da scelte ideologiche di violenza e da comportamenti quotidiani costellati di soperchierie. Per almeno quattro di loro - Gugliemo Corsi, Raffaele Dalle Donne, Federico Perini, Nicolò Veneri - sembrerebbe così.
Chi li deve giudicare avrebbe certamente voluto sentire le loro parole. Un racconto. Una spiegazione. Hanno scelto di tacere. Di «avvalersi della facoltà di non rispondere», come recita la formula del giuridichese. E così sono stati costretti a rispondere solo su dati anagrafici, età - tutti tra i 20 e 21 anni -, luogo di nascita, residenza ed eventuali proprietà. E sui precedenti penalmente rilevanti. Tra patteggiamenti di pene e procedimenti pendenti nessuno ne è esente. Non è un buon biglietto da visita. È probabile che sia una scelta processualmente corretta da parte dei difensori, ma toglie una fetta importante alla comprensione della realtà, che è cosa diversa dalla verità processuale.
Alla fine accetta di rispondere solo Andrea Vesentini. Si dipinge come una vittima del Fato, perseguitato da una specie di Hybris da tragedia greca che coincidenza dopo coincidenza l'ha trascinato dove mai avrebbe pensato di trovarsi. Tutto, dall'incontro con Corsi nella piazza di Illasi alla scelta di andare insieme in discoteca, dall'uso della propria auto, perché astemio, alla decisione di fare un giro in centro città in attesa che il Berfis apra, dalla scoperta che Corsi aveva dimenticato il portafoglio a casa ai 15 euro giusti giusti nel proprio, dall'incontro con Dalle Donne, Veneri e Perini («l'unico visto qualche volta perché aveva un amico a Caldiero») al Malta all'incrocio con il punk in via Cappello, dai pub chiusi sino all'inizio dello scontro con Tommasoli e i suoi due amici, tutto nelle sue parole assume l'aspetto di una concatenazione funesta di eventi guidati da un dio avverso. Lo stesso che nelle ore e nei giorni successivi alla zuffa gli impedisce di fare in tempo l'unica cosa che avrebbe dovuto e alla fine aveva deciso di fare: costituirsi.
Dalla sua ricostruzione non si capisce se sia più sfortunato o più iettatore, ma alcune cose emergono comunque con chiarezza. Cose già note nelle carte processuali, ma ieri ripetute davanti ai giurati. Con tutto il peso che questo può avere nelle loro decisioni. Ossia, che Corsi ha sferrato il primo pugno, che ha visto Perini e Veneri fermi in piedi vicino alla testa di Tommasoli steso a terra, che Perini nella fuga gli ha parlato di un pugno e di un calcio assestati a Nicola, che Corsi in auto durante il ritorno a Illasi gli ha detto che Veneri aveva colpito con un calcio alla testa il giovane steso inerme sulla schiena. Un racconto che tenta di distinguere la sua posizione da quelli degli altri, compreso il tentativo di staccare i contendenti in due momenti. Parole che non erano e non sono piaciute al terzetto degli amici occasionali diventati complici di un'aggressione mortale. Vittime, probabilmente, nella scelta del silenzio, anche di un malinteso spirito di corpo. Oltre che di un senso di onnipotenza. Il medesimo che li ha portati a tracciare, con molta ingenuità, sui muri della cella parole e slogan che ora possono ritorcersi contro di loro.
Giancarlo Beltrame
Giancarlo Beltrame
