«Si butta via un prezioso patrimonio»
LE REAZIONI DEI RICERCATORI. Amarezza e scarse prospettive per quanti da anni erano impegnati nei laboratoriLa preoccupazione è trovare un'alternativa «Ma saranno solamente soluzioni di ripiego»
In 550 tra chimici e biologi licenziati entro la fine dell'anno. Ecco le testimonianze di chi, dalla sera alla mattina, ha visto sfumare il proprio posto di lavoro. Ci scrive Chiara Piubelli:«Sono una ricercatrice del centro di ricerca GlaxoSmithkline di Verona. Le motivazioni dell'azienda per giustificare la chiusura del Centro ricerche sono solo finanziarie, non giustificate da un calo dei guadagni, bensì da un non sufficiente incremento delle vendite a livello mondiale. L'azienda ha deciso perciò di tagliare alcuni centri di ricerca in Europa e America, il più grosso dei quali è quello italiano. Il nostro centro di ricerca è considerato un polo di eccellenza nella scoperta di nuovi farmaci ed è l'unico centro di ricerca integrato presente in Europa, dove viene svolta ricerca a partire dalle fasi esploratorie della malattia fino alle fasi cliniche e di sviluppo del farmaco. I rappresentanti stessi dell'azienda hanno ammesso di chiudere un centro perfettamente efficiente, con competenze e capacità di altissimo livello».
E la ricercatrice lancia un appello:«Vorrei fare un accorato appello affinchè il partimonio di conoscenze non venga sprecato. Il centro di ricerca stesso è un patrimonio che sarebbe un vero peccato abbandonare, con strumentazioni costosissime e uniche in Italia. Con la chiusura del centro, Verona e l'Italia stessa si impoveriscono, lasciando morire un importante punto di riferimento per la ricerca applicata. Vorrei portare all'attenzione di chiunque possa fare qualcosa la situazione del centro, non solo per la salvaguardia dei posti di lavoro di 550 persone (che poi ricadrà anche sui servizi connessi al centro ricerche) ma soprattutto per salvare un patrimonio scientifico inestimabile di professionalità e competenza e per dare speranza a tutti coloro che nella ricerca ci credono».
Intanto c'è già chi pensa a cosa farà dopo, quando i licenziamenti diventeranno definitivi. È il caso di un ricercatore che ha chiesto di restare anonimo, un over 35, che da una decina d'anni lavora per il centro ricerche di Gsk e che, come molti altri colleghi, pur avendo un contratto a tempo indeterminato, con tutta probabilità, salvo «salvataggi» dell'ultima ora, resterà disoccupato entro la fine dell'anno.
«Per noi questa vicenda è disarmante per molti motivi, perchè eravamo profondamente motivati nel nostro lavoro di ricerca di farmaci per migliorare e allungare l'esistenza di tante persone», dice il nostro «over 35». «A dir la verità era già qualche tempo che si avvertiva che in Gsk il clima era cambiato, che forse i nostri posti non erano più così sicuri. Però i vertici aziendali ci avevano tranquillizzati dicendoci che erano stati fatti molti investimenti. Invece ieri (l'altro ieri per chi legge, ndr) ci hanno convocato per una riunione straordinaria e ci hanno comunicato che Gsk non intendeva più investire nelle neuroscienze, definito un campo ad alto rischio. Tradotto, tanto lavoro ma pochi guadagni».
Per «over 35», e per tutti gli altri, una doccia ghiacciata:«Quello che ci sconvolge è che questa decisione arriva con l'azienda è in crescita. Ora stiamo a vedere cosa salterà fuori dalle trattative tra azienda, Governo, istituzioni e parti sindcali. Non ci illudiamo che Gsk tornerà sui suoi passi. E io, come molti altri, sto già pensando a cosa farò dopo. Andare all'estero sarebbe un problema per la mia famiglia e, perciò, penso che dovrò ripiegare su altri impieghi, come possono essere l'informatore scientifico o un lavoro in una farmacia. Pensare di rimanere nel settore della ricerca in Italia è una pia illusione. In questo Paese la ricerca pubblica è inesistente e Gsk è la realtà più importante. Se lascia l'Italia, la nazione resta azzoppata. Pensate a quelle famiglie dove entrambi i coniugi sono ricercatori di Gsk. Penso abbiano solo voglia di spararsi».E.C.
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