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Musica

15.05.2012

Sergio Baietta pianista brillante. E al talento aggiunge l'ironia

CIRCOLO UFFICIALI. Il primo musicista veronese a suonare per la rassegna Nuovi Concertisti. Finale con spiritosi arrangiamenti di Mozart e Beethoven e uno swing

Sergio Baietta nel concerto al Circolo Ufficiali FOTO BRENZONI

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Grande prova del pianista Sergio Baietta, il primo veronese a suonare nella rassegna Nuovi Concertisti, promossa da Il Pianoforte al circolo Ufficiali di Castelvecchio. Il giovane musicista di Villafranca ha concentrato la sua esibizione sui congeniali autori: Ravel, Debussy, Liszt. E ha confermato le sue doti innegabili: una forza delle dita notevole, una visione ampia e d'effetto su ogni pezzo affrontato, ma anche molta concentrazione sul pianoforte, senza inutili e stupidi atteggiamenti divistici (è quello che più apprezziamo in un pianista) e con la giusta cognizione di chi è consapevole di avere mezzi tecnici adeguati alle invenzioni virtuosistiche.
Il tanto amato Ravel viene suonato affrontando subito Jeux d'eau, dal fascino particolarissimo per le geniali atmosfere sonore delineate, al di là delle innegabili novità di linguaggio. E con tre brani da Gaspard de la nuit - Ondine, Le Gibet e Scarbo - dalle inebrianti sonorità, che rivelano la derivazione, ancora una volta, dai modelli lisztiani, sia pure filtrati attraverso una personalità sensibilità.
Quando affronta anche Debussy, Baietta sceglie il secondo libro dei Preludi, con il brano d'apertura Brouillards nella sua ampia sezione caratterizzata da brulicanti arpeggi leggeri, frammentata ed interrotta da brevi riprese e strane nuove apparizioni melodiche. E col brano finale Feux d'artifice, culmine della sperimentazione nell'ambito dell'armonia e della tecnica pianistica, con la sua rutilante e imprevedibile successione di colori e combinazioni coloristiche, gli arpeggi velocissimi, i glissandi, gli intervalli spezzati, che costituiscono tutto l'armamentario pirotecnico ostentato con generosa prodigalità. È forse l'acuto della sua esibizione il brano più applaudito dal numeroso pubblico. La sua tecnica lisztiana (non bisogna scordare l'insegnamento del suo maestro Vittorio Bresciani) viene poi esibita nel senso autentico del termine: tocco incisivo e robusto, tenuta, ampie sonorità ed ottime ottave nella Rapsodia ungherese Carnival di Pest, ma apprezzabile per la fluidità del fraseggio e la leggerezza del tocco nel Au lac de Wallenstadt come nelle Parafrasi sul Rigoletto. Siamo di fronte a un Liszt solido e senza forzature, in senso teatrale-spettacolare, perché i contorni restano sempre definiti, il fraseggio elegante, curato e misurato, poco incline a sentimentalismi nei momenti lirici, ne a violente accelerazioni in quelle virtuosistiche.
Il concertista veronese termina la sua prova con una certa dose di ironia: due piccoli, spiritosi arrangiamenti della Danza alla turca di Mozart, di Per Elisa di Beethoven e un imprevedibile, melodico pezzo «swing» del pianista jazz americano Erroll Garner.


Gianni Villani

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