07.05.2012
CASELLE DI SOMMACAMPAGNA. Nella Sala polivalente l'unica esibizione italiana della band. Con i Magenta, gruppo gallese, conquistano i fan. Grande rilievo alla componente melodica
Il volto del «nuovo» progressive inglese ha le fattezze eleganti e accattivanti di Christina Booth, cantante della rock band Magenta, che nella seconda serata del Verona Prog Fest 2012 conquista il pubblico di fan accorso in quello che Giamprimo Zorzan definisce «il tempio del prog europeo».
Spazio totalmente lasciato al quintetto gallese, che nella Sala polivalente a Caselle di Sommacampagna ha tenuto il suo primo e unico concerto nel nostro paese, con conseguente annullamento del set d'apertura dei Conqueror, originariamente in cartellone.
«Essendo l'unica esibizione dei Magenta in Italia», ha detto prima del concerto il manager del Giardino, organizzatore del Festival, «abbiamo preferito non imporre al gruppo un tempo limitato per il concerto. E inoltre, è inutile nascondere questo aspetto, rinunciare alla band d'apertura è stato anche un sacrificio consigliato dalle difficoltà derivanti dalla crisi».
Il pubblico, comunque, ha mostrato di gradire. Magenta è un progetto, avviato dal tastierista Rob Reed nel 2001, che funziona e si fa ascoltare con piacere. Spicca nella formula compositiva di Reed e compagni il rilievo dato quasi sempre alla componente melodica, nelle canzoni che sfiorano il puro pop come nelle più ambiziose e composite suites (ad esempio quelle scelte da Revolutions e Metamorphosis). I Magenta possiedono tecnicamente tutti i fondamentali necessari, e anche la Booth, pur non di trascendentale valenza, è comunque voce e presenza scenica affascinante.
In verità ascoltando i Magenta non si ha la sensazione di una proposta di particolare originalità, in grado di allargare le coordinate del progressive classico; piuttosto l'impressione è di trovarsi in presenza di un prodotto ben concepito e realizzato, che fa tesoro di un patrimonio ormai istituzionalizzato della storia rock, non solo prettamente progressive. Ci sono sì echi dei capisaldi Pink Floyd e Genesis, ma, nei diversi momenti del concerto (e anche nel corpo di uno stesso brano), vengono a mente passaggi beatlesiani e solide architetture sonore di marca più hard, diciamo avvicinabili a certa opera rock stile Who.
Rispetto ai «padri» sopracitati, naturalmente, manca lo scarto della genialità, dell'intuizione primigenia che fa la differenza.
Ma i Magenta sono consapevoli della classicità prog/rock, e la rispettano senza cadute di stile.
Beppe Montresor
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