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Musica

21.02.2012

I Virtuosi Italiani esaltano le dense suggestioni di Faust

SALA MAFFEIANA. Eseguita in prima nazionale l'opera contemporanea di Silvia Colasanti. Ottimi il clarinettista Darko Brlek e la giovane violinista Harriet Langley

La violinista Harriet Langley con i Virtuosi Italiani FOTO BRENZONI

La violinista Harriet Langley con i Virtuosi Italiani FOTO BRENZONI
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Tredicesimo concerto stagionale de I Virtuosi Italiani in Maffeiana nettamente diviso in due, con una prima parte dedicata alla musica della compositrice contemporanea Silvia Colasanti e la seconda, al virtuosismo di due solisti emergenti: il clarinettista sloveno Darko Brlek e la giovanissima violinista australiana Harriet Langley, vincitrice del Concorso Postacchini 2011. Della Colasanti veniva presentato il brano, in prima italiana, Di tumulti e d'Ombre, studio per Faust tratto dal testo di Francisco Pessoa e trascritto per orchestra d'archi, allusione al disagio e al dramma di un'anima bloccata nella sua incapacità di amare e sentire, che vittima della sua cerebralità, invoca le tenebre della notte ad oscurare anche l'amore che non è in grado di cogliere. L'orchestra d'archi in questo lavoro diventa una scena teatrale immaginaria per rappresentare il dramma interiore di Faust: i «tumulti» e le «ombre» si configurano come pulsioni laceranti e minacciose cui è data però una forma rigorosa. Avviandosi verso la conclusione, la partitura si stempera in una dimensione lirica eccitata, dove la pace e la sua negazione -quest'ultima mimata dall'intrusione di brevi incisi volanti e da una sezione in «agitato» che precede la fine- convivono nel tentativo di evocare quello che Pessoa chiamò il «mistero che avvolge sia la Vita sia l'Intelligenza», un mistero che necessita della morte per essere, se non svelato, almeno affrontato. Alberto Martini in veste di direttore ha guidato il brano mettendone in vista la versatilità e la densità di una ispirazione sempre capace di sorprendere e di emozionare, nonostante la notevole complessità della scrittura, anche se di efficace comunicativa. La seconda parte del concerto è stata invece dominata dalla prestazione del clarinetto con il Grande Quintetto in si bemolle maggiore op. 34 di von Weber, trascritto per archi, dove Darko Brlek ha offerto un bello spaccato della vastità e varietà della produzione per lo strumento di von Weber, musicista che ebbe sempre una speciale predilezione per il clarinetto. Ha chiuso la mattinata la giovane australiana Harriet Langley, alle prese con due prezzi prevalentemente virtuosistici: l'Introduzione e Rondò capriccioso op. 28 di Saint Saens e il Zigeunerweisen op. 20 di de Sarasate, lungamente applauditi dal pubblico. Una violinista -ha concesso come bis l'«Adagio» dalla Sonata n° 1 di Bach- che ha portato lodevolmente a termine il proprio compito, con molta padronanza del mezzo, ma anche con un suono grande e pulito. Se troverà una buona agenzia a rappresentarla ed una casa discografica a sorreggerne l'immagine, potrebbe avere, fra qualche tempo, i numeri per diventare un'interprete di rilievo dell'attuale concertismo internazionale.


Gianni Villani

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