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Musica

15.02.2012

L'addio di Ivano Fossati è un bacio sulla bocca

TEATRO FILARMONICO. Tutto esaurito per l'ultimo «live» veronese del cantautore genovese. La canzone chiude un concerto di due ore e mezzo che attraversa quarant'anni di carriera. L'impegno civile e l'amore sono i fili conduttori

Ivano Fossati nel concerto del Decadancing Tour al Filarmonico FOTO BRENZONI

Ivano Fossati nel concerto del Decadancing Tour al Filarmonico FOTO BRENZONI
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L'ultimo spettacolo veronese di Ivano Fossati, che chiuderà con i concerti dal vivo dopo questo Decadancing Tour, è stato uno show di due ore e mezzo in un Teatro Filarmonico gremito di pubblico: una sorta di flashback su una carriera, iniziata nei primi anni Settanta, che l'ha portato dall'epopea freak dei Delirium alla maturità riflessiva degli ultimi tempi. La lunga carrellata ha inanellato uno dietro l'altro pezzi nuovi e vecchissimi, alternando le esibizioni da solo al piano alle canzoni eseguite con la band e ripercorrendo le tematiche care da sempre al cantautore genovese: l'impegno civile e la denuncia e l'amore, due mondi tra cui Fossati sembra un maestro nel trovare dei legami sottili e che forse ha imparato a far convivere negli anni Sessanta, quelli del suo apprendistato e delle sue prime esperienze sui palcoscenici. Su entrambi gli argomenti, in alcuni momenti l'artista mostra una bella intelligenza poetica, in altri cede le armi a una retorica nazionalpopolare e nello sforzo di arrivare a tutti inciampa nella banalità. E allora non si può negare la riuscita di canzoni come La costruzione di un amore (scritta a 25 anni) o dei suoi vecchi cavalli di battaglia come Di tanto amore e I treni a vapore, «un brano che», ha detto Fossati, «mi ha dato tanta soddisfazione perché fa parte di quelle canzoni che si impigliano nella memoria e aiutano a essere più forti». D'altra parte si rimane perplessi di fronte a un pezzo come La Crisi, che su una serie di accordi bluesaggianti imbastisce un testo piuttosto povero di idee, o Stella Benigna che non sembra riuscire a cogliere con profondità il presupposto su cui era stata ideata, quello di raccontare una storia vera di immigrazione e di riscatto femminile dall'Iraq di Saddam a Parigi. Il concerto, curatissimo in ogni particolare, ben architettato, è una macchina ben rodata, grazie anche ai musicisti che hanno assecondato il cantante in tutto e per tutto e che, quando sono stati presentati, si sono rivelati, nell'ironico siparietto pensato da Fossati, come i componenti di due fazioni: più rockettaro il trio formato da Andrea Fontana (batteria e percussioni), Max Gelsi al basso, Fabrizio Barale alle chitarre e più cameristico quello di Pietro Cantarelli (pianoforte, tastiere, Hammond, chitarre elettriche, fisarmonica e voce), Riccardo Galardini (chitarre acustiche, nylon, elettriche, mandola) e Martina Marchiori (violoncello, fisarmonica, organetto, tastiere, percussioni). Alla fine della serata, dopo ben due blocchi di tre bis ciascuno, Fossati ha ringraziato anche Verona «per tutti gli anni di affetto ricevuto» e ha attaccato il congedo con la malinconia straziante de Il bacio sulla bocca.


Luigi Sabelli

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