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Marmi Lanza

01.08.2012

Meoni è sicuro: «Quest'anno ci divertiremo»

L'INTERVISTA. Il palleggiatore della «Generazione di fenomeni» intanto studia da manager e nel suo futuro c'è un posto sicuro nello staff dirigenziale della Blu Volley. Marco al 3° anno in Marmi Lanza parla della prossima stagione. E delle Olimpiadi, con quell'oro  sfumato ad Atlanta con l'Olanda

La grinta di Marco Meoni

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Marco Meoni, classe '73, fa parte di quella che venne definita la «Generazione dei fenomeni». Un gruppo di atleti - tra i quali Lorenzo Bernardi, Andrea Giani, Samuele Papi e Andrea Zorzi - che negli anni '90 con la nazionale vinse tutto dominando incontrastato nel volley mondiale. O quasi. Tutto a parte la medaglia d'oro alle Olimpiadi che l'Italia non è mai riuscita a mettersi in bacheca. Meo ci è andato vicino ad Atlanta nel 1996 (argento), battuto coi suoi compagni in finale dai Paesi Bassi, bestia nera degli azzurri. Gli andò male anche a Sydney nel 2000, dove l'Italia rimediò il bronzo (il secondo dopo quello di Los Angeles nel 1984). Quattro anni fa, a Pechino, per Marco la classica medaglia di legno. Maledetto oro olimpico, un tabù per la nostra nazionale.
Meoni, a Londra che sia la volta buona?
«Non sarà facile, l'Olimpiade è sempre una manifestazione difficile. Però non si può mai dire: per una serie di coincidenza, quando eravamo i favoriti, non siamo riusciti a raggiungere questo obiettivo. E magari stavolta che non lo siamo potremmo centrare l'obiettivo».
Abbiamo perso la prima con la Polonia dell'ex ct Andrea Anastasi ma vinto con l'Argentina.
«Perdere la prima non c'entra niente perché a Sydney abbiamo vinto il girone con la Jugoslavia e poi loro hanno conquistato l'oro e noi il bronzo».
Ad Atlanta ci sei andato proprio vicino all'oro però.
«Eh, è stata una sconfitta amara, però fa parte del gioco»
Dopo il quarto posto a Pechino, ci speravi a fare questi Giochi di Londra?
«No, era giunto il momento di dire basta. Quattro mesi di ritiro non sarei stato in grado di sopportarli. L'Olimpiade chiaramente sì, anche perché se non sei titolare riesci a gestirla. Ma fare tutto il periodo prima sarebbe stato duro».
Tu ha fatto parte di quella che fu definita la generazione dei fenomeni, c'è un abisso tra la nazionale di allora e quella di oggi?
«Non si possono mai fare paragoni di questo genere. Tantomeno negli sport di squadra dove le cose si evolvono molto rapidamente sia da un punto di vista tecnico sia sotto il profilo delle regole. Detto questo, bisogna anche ammettere che quello fu un periodo eccezionale anche perché la "geopolitica" pallavolistica ruotava tutta attorno alle squadre italiane. Oggi c'è stata non solo la globalizzazione sociale ma anche quella sportiva, c'è stato un ricambio generazionale per tutti, basti pensare agli Usa (arrivarono quarti ndr) di Atene».
E parlando di Marmi Lanza, invece, come ti sembra la nuova squadra?
«Visto il momento di recessione globale, e sportiva in particolare, la società, con Bruno Bagnoli come direttore sportivo, penso si sia mossa molto bene. Ha fatto il meglio che poteva fare con il budget a disposizione. Anzi, ha fatto molto di più. È un gruppo che conosco molto bene e sono sicuro che ci toglieremo delle grosse soddisfazioni».
Tu e Gavotto siete considerati i «senatori» di questa formazione. Cosa pensi di poter dare ai giovani?
«Senatori? Non è mai bello come termine. Quello che mi sento di dire è che mi comporterò come ho sempre fatto, cercando di fare il massimo sia in campo sia fuori. E dando tutto quello che posso sia sotto il profilo tecnico sia sotto quello dell'esperienza. Dopodiché, io non insegno niente a nessuno. Penso che se un ragazzo abbia voglia di fare bene e sia ricettivo può prendere gli spunti che gli servono e che lui crede possano migliorarlo. Io non insegno niente, anzi, anch'io dai giovani imparo perché cerco di assimilare tutte le cose positive che loro possono darmi. E così dovrebbero fare loro nei confronti di uno che ha più esperienza».
Alla Marmi Lanza ti aspetta un futuro nello staff dirigenziale, giusto?
«Sì, tra sette, otto anni quando smetterò di giocare...No, scherzo. Diciamo che abbiamo iniziato a parlare di questo e che c'è già una sorta di collaborazione per realizzare alcune idee che ho. Ovviamente continuando a fare il giocatore e rispettando i ruoli che ognuno ha. Poi, per quello che sarà il futuro, non si sa: ogni anno cambiano tante cose, lo sport riserva mille sorprese. Certo il rispetto e la stima che ci sono con questa società sono enormi e non escludo assolutamente che ci possa essere qualcosa. Vedremo».
Con lo studio come va?
«Benissimo, finito il corso di management organizzato dalla Facoltà di Economia a Verona sulla gestione e all'organizzazione degli eventi. Mi sono divertito tantissimo, ho conosciuto un sacco di realtà a me sconosciute e che mi hanno dato tanto. È stato molto positivo. Sono convinto che chi viene dal mondo dello sport debba pensare al futuro e saper guardare oltre per il giorno in cui smetterà» .


Marzio Perbellini

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