05.05.2011
L'INTERVISTA. Lunedì compirà 32 anni e da cinque stagioni fa l'«assistent coach» in Marmi Lanza. Ed ora si racconta. Ex palleggiatore in C a Bussolengo oggi rappresenta la continuità tecnica: «Anche se siamo abituati ogni anno a ripartire da zero»
Diego Flisi, secondo allenatore Marmi Lanza in divisa sociale durante una partita dell’ultima stagione
Diego Flisi fa il secondo a Verona da cinque stagioni ed ha visto passare cinque allenatori: Massimo Dagioni (esonerato quasi subito), Angelo Lorenzetti, Emanuele Zanini, Alberto Giuliani e Bruno Bagnoli. Ha giocato in serie C come palleggiatore, nel Bussolengo, lunedì compirà 32 anni e non c'è dubbio che la vera continuità tecnica della Marmi Lanza sia lui. Anche più di Michal Lasko che, pure, ha giocato la sua settima stagione in gialloblù ma in due tranche. «In realtà con me nel 2006 arrivò anche la fisioterapista Barbara Calcinoni», ricorda. «E l'anno dopo arrivò il preparatore atletico Massimo Merazzi».
Stai studiando per diventare primo allenatore o ti accontenterai di essere secondo a vita?
«Di certo l'ambizione c'è, magari non partendo subito dalla serie A».
Insomma, se a settembre una società di B1 ti contattasse diresti sì?
«Se dovesse arrivare una proposta spero arrivi prima di settembre... Scherzi a parte, valuterei la sistuazione perchè ritengo sia giusto provare a guardare in alto. E poi perché restare troppo legati ad un posto può essere controproducente. Il rischio è, appunto, di fare il secopndo a vita».
Sarebbe un fallimento?
«No, a meno che non si sia rinunciato a misurarsi con qualche cosa di più. E poi non è mica detto che sarà così facile fare il secondo...».
Paura di essere cacciato?
«No, ma nello sport ci sta. Arriva un nuovo allenatore e si porta dietro il suo secondo di fiducia... Anche se si tratta di una situazione tipica del calcio, mentre nel volley la questione è legata al fattore economico: difficile che un coach possa imporre un suo staff».
Ti salvi grazie alla necessità di avere i conti a posto?
«Credo di sì. Ma anche, spero, perché mi si riconosce una certa competenza».
Aggiunta alla la capacità di andare d'accordo con ogni nuovo allenatore.
«A Verona è la squadra a cambiare quasi ogni anno. Quindi è come se si ricominciasse da capo comunque e questo vale sia per i giocatori che per lo staff tecnico. Tutti sono costretti a ripartire da zero»
Con Bagnoli, però, è indubbio che si sia creato un certo feeling.
«È tornato a Verona due stagioni fa ma qui c'era già stato: quindi conosceva bene la realtà veronese. Non aveva certo bisogno di essere aiutato nell'inserimento. E poi non è che la società nasconda segreti tali da prevedere una guida».
Questo vuol dire che Verona non ha una sua particolarità che la distingue dalle altre piazze?
«Non lo so. Io per ora conosco solo questa. È vero però che a Verona dobbiamo condividere il palazzetto con altre tre società sportive e questo limita non poco gli spazi ed i tempi degli allenamenti. Altre squadre di A1 sono le uniche fruitrici dell'impianto cittadino. Anzi: spesso lo hanno addirittura in gestione. E questa è una differenza non da poco».
Torniamo agli allenatori che hai affiancato. Da chi preferisci partire?
«Il primo (Dagioni) è stato quello che è durato di meno; l'ultimo (Bagnoli) quello che è durato di più. Cos'altro posso dire? Bagnoli ha fama diessere molto pignolo. Però bisogna dargli atto che, ad esempio, nel dopo partita non parla mai se prima non ha studiato le statistiche ed il tabellino. Ed ha la capicità di memorizzare tutti i numeri subito».
Che tipo di allenatore è?
«Vive la partita come un gioco. O, meglio, una sfida. Un atteggiamento che ripropone anche durante gli allenamenti quando, ad esempio, fa sfidare i giocatori: vuole che tutti se la giochino contro l'altro. Spesso, ad esempio, non conta i punti durante gli allenamenti: la motivazione dei giocatori dev'essere quella di sfidare il compagno comunque, a priori ed al di là del punteggio».
E la sua mania per le statistiche ed i numeri?
«Per lui sono un aiuto enorme. Ci conta molto e ci tiene che siano sempre aggiornate ed affidabili».
E a te tocca lavorare il doppio...
«In verità l'aspetto statistico è più compito dello scoutman Paolo Rossi. A me compete lo studio della squadra avversaria che non è necessariamente legato alla statistica: anche se alla fine sempre di numeri si tratta. Ma io lavoro più sulle immagini e su quello che effettivamente avviene, per esempio, quando un avversario schiaccia, al di là di quante volte lo faccia bene o male. Poi magari il numero aiuta a capire che alla fine del set quell'attaccante ha spostato le sue schiacciate più a destra o più a sinistra».
Quanto conta nell'economia di una partita questo lavoro tattico?
«Un 10 per cento in più. È il nostro contributo alla causa, anche se la pallavolo prevede che i punti te li devi fare senza aspettare che gli avversari sbaglino».
Una partita dell'ultima stagione nella quale lo studio tattico è stato decisivo?
«Mi piacerebbe dire quella di vinta a Trento, perché effettivamente abbiamo fatto un sacco di muri e lo studio tattico dovrebbe influire soprattutto nel sistema di muro-difesa. Però in quella partita abbiamo anche battuto molto bene, ed il servizio è un fondamentale prettamente individuale, che prescinde dalla tattica. Quando si batte bene, poi, è più facile fare muro. A Trento, insomma, c'è stata una concorrenza di fattori che hanno influito. Così come in GaraDue contro Cuneo. Il fatto è che con squadre di quella caratura la tattica non basta: bisogna far bene in ogni fondamentale».
Hai fama di essere una persona che non si arrabbia mai. È proprio così?
«Ho sempre pensato che non serva a nulla litigare. E poi io sono il secondo. Dico la mia, ovviamente; e mi capita di non essere d'accordo con il primo allenatore: ma alla fine è lui che decide e che si prende tutte le responsabilità».
Bruno Fabris
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