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Tezenis

02.08.2012

«Vi farò scordare le ultime delusioni»

TEZENIS. Presentato ieri Matteo Da Ros, primo acquisto della Scaligera che «ama parlare in campo». «L'obiettivo sarà arrivare dove Verona non arriva da due anni». L'ala centro parte con sprint: «Un onore giocare nel palazzetto dove ha giocato Bullock con la Müller. Voglio presentarmi al raduno in forma da play off»

Il general manager Alessandro Giuliani «catechizza» Matteo Da Ros al primo giorno di Verona FOTOEXPRESS

Il general manager Alessandro Giuliani «catechizza» Matteo Da Ros al primo giorno di Verona FOTOEXPRESS
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Ha Verona nel destino Matteo Da Ros. Simpatico giovanottone che Barcellona Pozzo di Gotto s'è lasciato sfuggire con qualche rimpianto postumo («Hanno qualcosa da farsi perdonare», spiega laconico il giocatore) e che è stata la prima pietra sulla quale Alessandro Giuliani ed Alessandro Ramagli stanno costruendo la nuova Tezenis. Poi sono arrivati Mickey McConnel e Maurizio Chessa, prestissimo arriverà anche Mario Ghersetti e poi via via tutti gli altri. Ma le fondamenta di «Casa Verona» non potevano non partire da un giocatore che proprio al PalaOlimpia - era la settima di andata dello scorso 13 novembre - ha fatto la sua migliore partita di sempre in termini statistici (27 punti) mettendosi alle spalle con quella prestazione monstre un anno e mezzo non certo esaltante. Al punto da diventare da lì in poi il punto fermo della Sigma fino a tutti i play off. Lo ricorda lui stesso nel giorno in cui la società lo ha presentato ufficialmente: «Già l'anno prima e poi in quello scorcio di stagione stavo giocando contratto», racconta. «Ero un giocatore di contorno ma cercavo la partita che mi avrebbe permesso di sbloccarmi. È arrivata a Verona e da lì è cambiato un po' tutto».
Da Ros sa dove è arrivato e perché è arrivato. E lo dimostra subito ammettendo che «le ultime due stagioni della Tezenis non sono state esaltanti e, anche se non c'ero, vorrei far dimenticare quelle delusioni». Ma sa anche quali sono i termini di paragone di una piazza che un decennio fa esultava per le sfide di Eurolega contro Barcellona ed Olimpyakos. «Da piccolino a Milano andavo a vedere le partite di A1 e ricordo bene la Müller con Lou Bullock: grande squadra. Giocare in un palazzetto in cui ha giocato a lungo uno come Bullock mi dà tante emozioni già adesso. Al punto che vorrei che fosse già ora di giocare». Invece c'è da preparare una stagione che non può non essere della svolta. Iniziando a smaltire quei problemini che l'ala forte si porta dietro dal collegiale con la nazionale. «Ma mi presenterò al raduno in forma da play off», promette. «Voglio dare subito il segnale a me stesso ed ai miei compagni che bisognerà lavorare duro».
E il lavoro non mancherà certo. C'è da mettere in piedi una squadra tutta nuoava, con molti giovani e con tutti i rischi che ne conseguono. «Ma io sono abbastanza tranquillo anche se inizio una nuova stagione in una nuova squadra ed in una nuova città dove non conosco praticamente nessuno», spiega l'ala centro. «Perché ho una sicurezza che mi deriva da come ho giocato nell'ultima parte della scorsa stagione e dalla forza con la quale Giuliani mi ha cercato e mi ha voluto a Verona. E poi me la dà il pubblico del PalaOlimpia, se sarà come quello che ho visto quando sono venuto qui da avversario. Sono certo che ci toglieremo delle belle soddisfazioni. Perché abbiamo tutto per farlo: dal general manager che ha appena vinto il campionato all'allenatore che è sicuramente di una serie superiore. Toccherà a noi: ci saranno problemi, brutte partite, sconfitte ma se avremo ben fermo l'obiettivo finale potremo arrivare dove Verona non è riuscita ad arrivera negli ultimi due anni».
Chiede molto, ai suoi compagni ma anche a se stesso. «Negli ultimi due anni ho peggioranto molto le mie percentuali da tre», ammette. «Ed è una cosa strana perché è sempre stato un mio fondamentale. Nelle giovanili giocavo soprattutto per quello. So che devo migliorare nei liberi ma nel frattempo ho sviluppato un buon gioco fronte a canestro ed ovviamente mi piace giocare in post basso, magari contro avversari più grandi e grossi di me. E mi piace molto anche parlare in campo. In difesa, perché penso che sia uno dei segreti per giocare da squadra. La comunicazione è fondamentale per raggiungere il successo». A fa niente se qualche volta crea problemi con i compagni. «È vero: in campo parlo molto. Forse anche troppo. Con Craig Callahan ho litigato spesso e volentieri perché non riesco a stare zitto e lui è uno che replica subito. Anche con gli avversari parlo molto, con gli arbitri e magari mi facco un po' prendere dagli insulti del pubblico. Ma cerco sempre di infondere fiducia o spranare i miei compagni. La scorsa stagione a Barcellona ci sono state delle divergenze proprio perché essendo il più piccolo a qualcuno questa cosa non piaceva. Ma so quanto parlare possa essere utile, al punto da cambiare direzione ad una partita».
Non è certo un timido, insomma. E forse, dopo tanti bravi ragazzi, era anche ora che in gialloblù arrivasse qualche «bad boy» che unisse talento e rabbia. Un carattere che gli arriva da una famiglia che di fatto vive tra canestri e parquet: padre, madre, fratello es orella hanno giocato o giocano. «Io ho iniziato in provincia di Piacenza dove mio nonno costruì un campo in cemento per farmi allenare», racconta. «Ho passanto intere estate ad allenarmi e a cercare di battere mio padre nell'uno contro uo. Mai riuscito: ma lui si è ritirato prima che potessi riuscirci». La convinzione in se stesso non gli manca derto. «Sono stato il primo acquisto di Verona e quindi penso, forse un po' da presuntuoso, che insieme ad altri giocatori, alcuni già ufficializzati, altri che lo saranno a breve, formeremo la basa sulla quale si dovrà fondare il gioco, lo spogliatoio ed anche l'intesa fuori dal campo. Ed io sono entusiasta di essere parte di questo pilastro. Non sarò l'unico ma sarò una parte di chi dovrà dividersi i compiti. E questo pilastro sarà fondamentale per la crescita della squadra».


Bruno Fabris

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