20.04.2012
IERI A BERGAMO. Una grande folla s'è radunata per accompagnare lo sfortunato centrocampista del Livorno, scomparso sabato scorso durante il match di Pescara. Presenti ai funerali il team manager Pacione e Andreolli per la società della Diga; Bjelanovic, Frattali, Esposito e Russo a rappresentare l'Hellas
Damiano Tommasi, ieri ai funerali di Piermario Morosini| La commozione di Francesco Guidolin, allenatore dell'Udinese| Tra le altre sciarpe riconoscibile quella dei fans della Virtusvecomp
Commozione e lacrime. Alternate al silenzio. Resterà sempre un interrogativo: una domanda che tutti continuavano a porsi a Monterosso, la prima casa di Piermario Morosini. Perché togliere al mondo un sorriso così bello? Per nulla minato dalle grandi sofferenze che la vita gli aveva riservato fino al tragico evento di Pescara. Perché?
Bergamo ha pianto. Compostamente. E nella piccola parrocchia di Monterosso ci si è dovuti stringere. Nella chiesa della piccola comunità bergamasca c'era spazio per seicento anime. Ma tutti volevano esserci. Di sicuro, non è mancata la comunità del calcio. Pure Chievo e Verona hanno voluto essere presenti. E di buon mattino le due delegazioni dei club veronesi si sono mosse alla volta di Bergamo. Doveroso partecipare. L'Hellas era presente con Sasa Bjelanovic, Pierluigi Frattali, Gennaro Esposito e Beppe Russo. Al loro fianco il responsabile del settore giovanile Ghisleni e il capo degli osservatori Filippini.
Morosini era ragazzo che poteva passare anche veloce attraverso la tua vita. Ma qualcosa ti lasciava sempre. Bjelanovic e Frattali lo avevano conosciuto bene. Il portiere gialloblù era un suo grande amico. Sabato scorso il mondo gli è caduto addosso. La notizia, il dramma, il buio. Pesto. Poi via a farsi inghiottire dal tunnel del Bentegodi. La vittoria con il Bari in tasca. Macchissenefrega. Ieri Il Verona era presente con gli occhi degli amici che hanno sospirato per lui. Perché 'Moro' era davvero gladiatore della vita. Mai triste, sempre felice. Un esempio vivente di come dovrebbe essere vissuta a pieno la propria esistenza.
Mandorlini aveva detto: “E' un guerriero”. Bjelanovic, straziato, ha perso pure le lacrime. L'attaccante croato aveva insegnato una parola al Moro: 'Majstore', che tradotto in italiano vuol dire 'sei forte, sei un campione'. C'era feeling, c'era rispetto. “Mi è entrato dentro Piermario – ha confidato Sasa – perché pur essendo stati insieme solo un anno, non abbiamo mai interrotto i nostri rapporti”.
Esperienza raccontata da molti. Ecco perché Bergamo piange nel vedere una foto ritratto del Moro esposta vicino al feretro, con lui sorridente. La tuta della Nazionale, gli occhi di chi ti invita a pensare che oltre le nuvole c'è pur sempre il sole.
Anche il team manager del Chievo Marco Pacione è tornato a Bergamo. Casa sua quand'era ragazzino e muoveva i primi passi nell'Atalanta. Pacione aveva detto: “E' una tragedia immane. Rimango muto. Il dolore diventa straziante quando vesto i panni del padre e penso che un figlio può morire così all'improvviso”. Devastante. Mario aveva perso tutti. Mamma, papà, un fratello. Ma era rimasto sempre in piedi. Marco Andreolli, difensore del club della Diga, non ha voluto mancare all'appuntamento con l'estremo saluto. “Gli avevo dato le chiavi di casa mia – aveva raccontato il difensore -. Massima fiducia, questione di pelle”.
Marco si è sentito in dovere di postare pure sul sito del Chievo un suo pensiero per l'amico partito troppo presto. Toccante la cerimonia. I mille colori di bandiere, striscioni e magliette esposte hanno conferito una pennellata di energia ad una cerimonia che Piermario avrebbe voluto, probabilmente, così. Sotto le lacrime, il sorriso.
Simone Antolini
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