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Chievo

20.04.2012

Così Pellissier... riprende le misure alle porte

LA SERATA DI CASTEL D'AZZANO. Il bomber in... cattedra assieme a Sorrentino, Fabio Moro e al vice di Di Carlo, Murgita: domande e risposte, a trecentosessanta gradi

«Sono un geometra mancato, quando smetterò di giocare potrei dedicarmi al settore immobiliare. Il progetto di casa mia è... mio»

Ecco schierati i protagonisti della serata organizzata a Castel d'Azzano: un bagno di folla e di entusiasmo

Ecco schierati i protagonisti della serata organizzata a Castel d'Azzano: un bagno di folla e di entusiasmo
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Tutto Pellissier in una sera. Impossibile dire di no ai bambini e ad una sala stracolma. Ricordi e battute, passato e futuro. Senza troppi freni, non servono quando sei a casa tua. Con Sergio mercoledì c'erano Stefano Sorrentino, Fabio Moro, Roberto Murgita, soprattutto tanta gente. Casteldazzano si è accesa per il Chievo, trasformando l'Hotel Villa Malaspina in un Bentegodi in miniatura. Un sacco di mani alzate, un'ora di domande e mille risposte nella quarta puntata di Serate Gialloblù. Palla al capitano.
FRA GOL E CASE. «Mi auguro di giocare ancora qualche annetto, credo di poter dare tanto anche se ho 33 anni. Dopo? Ho sempre amato l'edilizia, sono un geometra mancato. Il progetto di casa mia, ad esempio, l'ho preparato io. Ho un'impresa immobiliare, non è il periodo migliore ma mi auguro che il settore possa riprendersi. Fare il calciatore è un lavoro molto bello ma dura abbastanza poco. Bisogna pensare anche al domani. Ed io lo sto facendo da un po'».
GIOIE E PRESSIONI. «Il gol più bello? Tutti sono belli e importanti. Un attaccante deve segnare, altrimenti rischia di non giocare. Se devo sceglierne uno ricordo con una certa soddisfazione quello al Torino, il primo anno di serie A. Nei confronti del Toro volevo togliermi qualche sassolino. E quel giorno arrivarono gol e vittoria. Meglio di così non poteva andare. Li ho in testa tutti i miei 127 gol, in fondo non sono tantissimi per uno che ha giocato quasi 500 partite. Ognuno però ti dà un sentimento particolare». Dai gol alla fascia di capitano il passo è breve. «Ti fa sentire addosso tanta pressione. Un'emozione. Non è semplice, ma ci tengo particolarmente. Se ce l'hai vuol dire che la dirigenza e la squadra credono in te. Significa che tu puoi dare una mano nello spogliatoio e non solo, come tanti “vecchi” hanno fatto al Chievo in questi anni».
AZZURRO ACCESO. «Non credevo di arrivare alla Nazionale, per di più a 31 anni. È stata una convocazione insperata, un grandissimo sogno che non pensavo di poter coronare. Questo è l'esempio che nella vita tutto può accadere, se solo lo vuoi fortemente. Fu una serata straordinaria, come l'emozione di veder scendere una lacrima dagli occhi dei miei genitori. Erano in tribuna quella sera. Avendo un figlio solo mi sono reso conto che i loro sacrifici sono stati ancora più grandi. Lo capisco bene, soprattutto adesso che sono anch'io genitore».
PRIMA E DOPO. Il discorso scivola su altre sfumature, sui pensieri post-gara ad esempio. Sergio se la cava con una battuta: «Non posso più parlare dopo le partite, altrimenti mi squalificano..». Sorrisi. La sala applaude, Pellissier va avanti. «La tensione è tanta. Da un risultato di una partita può dipendere un campionato e magari il fallimento di una società, soprattutto se retrocedi. Non è semplice. Prima di scendere in campo resto parecchio tempo da solo, mi metto in disparte. Questo mestiere ti impone di vincere il più possibile. E quando non ci riesco non sto bene». Sergio torna indietro nel tempo, fissa l'attimo proprio indimenticabile. «Contro la Juve, il 3-3 a Torino di tre anni fa. Dovevamo assolutamente far punti, un pareggio importantissimo e tre gol miei. Fu straordinario».
PORTE APERTE. Altra questione, la sicurezza negli stadi. «Credo che i tornelli siano stati messi soprattutto per complicare le cose ai veri tifosi. Qualche regola andrebbe rivista, soprattutto le regole bisognerebbe farle rispettare. E in Italia succede di rado. Pensiamo a quel che è successo negli anni passati. Se si iniziasse a dare delle punizioni certe qualcosa cambierebbe».
LA RETTA VIA. «Importante è coltivare dei sogni, ma anche capire i propri limiti. A chi non piacerebbe giocare in Champions o nel Barcellona? Così come in Nazionale. Non ho mai pensato di restarci a vita. So di essere un buonissimo giocatore, ma ce ne sono altri di più bravi. Da giovane ho visto ragazzi molto più forti di me, ma loro non hanno fatto strada. Magari perché, quando uscivano, io restavo a casa. O perché io frequentavo gente seria e loro no. Ho voluto finire gli studi, ci ho messo impegno. Eravamo in sei in appartamento e solo io andavo a scuola, però sono arrivato dove volevo e gli altri non ci sono riusciti. Perché chi si impegna e dà sempre il massimo, in tutto ciò che fa, prima o poi il suo obiettivo lo raggiunge. Vale per chi nella vita vorrà essere un calciatore, un ingegnere e un insegnante. Basta crederci davvero».


Alessandro De Pietro