30.07.2012
PROGETTI DI VERTICE. Sesta esperienza in gialloblù per il brasiliano di Mandorlini. Il portiere: «La società ha costruito un grande gruppo e le aspettative non mancano. Ai nuovi arrivati dico che qui si gioca sempre per vincere»
Di acqua sotto i ponti ne ha vista scorrere parecchia. Sporca e pulita. Rafael è passato da quattro presidenti e sette allenatori. Ha stretto la mano ad Arvedi, Previdi, Martinelli e Setti. Ha avuto Colomba, Pellegrini, Sarri, Remondina, Vavassori, Giannini e Mandorlini. È stato quasi in C2 ma anche quasi in serie A, compagno di Tachtsidis che diventerà uno dei migliori d'Europa e di Da Dalt sceso fino all'Interregionale, di Bacinovic e Rivas ma pure di Politti e Hurme.
Non ha rimosso nulla Rafael, così come tutti quei provini in giro per l'Europa e i biglietti di sola andata per il Brasile che sapevano tanto di sconfitta per quel giovane portiere che voleva tanto sfondare nel calcio. Dall'estate del 2007 ad oggi, a Verona quasi da una vita.
Una rarità, in un'epoca in cui le bandiere scarseggiano e i giocatori cambiano maglia alla velocità della luce. «L'Hellas era appena retrocesso, in serie C, lì siamo stati quattro anni vivendo anche momenti difficili. Ricordo tutto, soprattutto ora. Non ne ho mai fatto una questione di categoria quanto di continuità. Quel che conta per me è essere rimasto così a lungo in una piazza tanto importante come Verona».
MERCATO INUTILE. Voci e rumors sono giunti fino in Brasile. Per un attimo la serie A qualcosa ha cercato di dirgli.
Si era fatto sotto il Pescara. Qualche chiacchiera, un caffé speso al bancone del bar degli hotel milanesi fra agenti e direttori sportivi, pensieri buttati lì ma mai diventati una vera trattativa. Rafael ha registrato tutto anche dall'altra parte dell'Oceano. Tempo di seguire il mercato ne ha avuto. Vivono d'inverno i sudamericani calciatori. Le ferie in patria, il pallone in Italia. Si abbronzano solo a fine stagione e in ritiro, mai sulla spiaggia. «Le vacanze le ho trascorse a casa, molto tranquillo. Ho letto, ho seguito. L'interesse di altri club fa piacere ma la società non mi ha mai riferito nulla ed io vado avanti per la mia strada».
Non mente, dopo sei anni non c'è motivo di fare il ruffiano. Fra i calciatori la categoria è già abbastanza affollata. «A livello personale essere cercato da altre società è una bella soddisfazione ma quel che voglio io è rimanere all'Hellas. Soprattutto quel che più desidero è riuscire ad andarci col Verona in serie A, sarebbe davvero il massimo per chi come me è partito da molto lontano con questi colori».
MEMORIA STORICA. Sull'Hellas potrebbe scrivere un libro Rafael, sbarcato in Italia quando il Verona veniva definito a sproposito la Juve della C e costretto adesso a parare pericolosi complimenti e scontati onori. Non è facilissimo correre quando hai addosso gli occhi di tutti. «Sappiamo com'è finita l'anno scorso, non eravamo certo una delle favorite però abbiamo giocato un ottimo campionato e alla fine quasi riuscivamo a centrare l'obiettivo. Le aspettative ora sono diverse, è chiaro. La società ci ha messo a disposizione una rosa importante e giocare così per l'obiettivo massimo. Per questo è importante assemblare in fretta il gruppo, diventare una squadra, capire fino in fondo quello che vuole il mister e metterlo in pratica il prima possibile».
QUESTIONE DI MENTALITÀ. Il suo ultimo messaggio è chiaro, nessuno fra i compagni d'altronde è al Verona da così tanto tempo. Lui può permettersi di ricordare delle regole. In fondo sono quelle di Mandorlini e di chi quest'anno gareggerà per i traguardi più alti. La corsa sarà lunga e i margini di errore risicati. Meglio entrare subito nella parte. «I ragazzi nuovi mi sembrano tutti desiderosi di inserirsi rapidamente nei meccanismi di squadra. Prematuro parlare di uno piuttosto che di un altro, prima dobbiamo conoscerci a fondo. Bisogna lavorare molto, essere subito concentrati. Il campionato non è poi così lontano, per non parlare della Coppa Italia. Le mie sensazioni? C'è tanta qualità, questo è fuori dubbio, ma è importante intanto che questi ragazzi abbiano capito immediatamente che a Verona si deve giocare sempre per vincere».
Alessandro De Pietro
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