24.09.2011
Bonavigo. Gli avevano legato le zampe anteriori con il filo di ferro e poi l'avevano gettato nelle acque dell'Adige con un disegno crudele che grida vendetta e lascia davvero senza parole: quello di liberarsene nella maniera più atroce facendolo affogare nel fiume dopo una lenta agonia. È salvo solo per miracolo Mosé - così è stato ribattezzato dai suoi soccorritori ispirati dai testi biblici - il segugio recuperato l'altra sera, all'altezza del santuario di San Tomaso ad Orti di Bonavigo, mentre era ormai allo stremo delle forze e rischiava di morire da un momento all'altro. Ad evitare una fine straziante all'esemplare da caccia dal pelo nero focato, privo di microchip, è stato un passante che stava passeggiando con il suo cagnolino sull'argine dell'Adige. Intorno alle 18, l'uomo è stato attirato dai guaiti della povera bestiola che, benchè agonizzante e ricoperta di sangue, con le ultime forze che le restavano in corpo cercava di stare a galla e di avvicinarsi a riva facendo leva sugli arti posteriori. L'uomo non ha perso tempo e si è dato da fare per trarre in salvo l'animale. Non appena ha adagiato Mosè sulla banca dell'Adige gli si è parata di fronte una scena agghiacciante, da film dell'orrore: il cane di circa un anno, che con tutta probabilità si trovava in acqua da almeno due giorni, aveva infatti due zampe bloccate da un cavo metallico che aveva ormai raggiunto l'osso dopo avergli perforato pelle e muscoli. Quindi, sotto choc, il soccorritore ha contattato Mariella Zamperlin, vice presidente della Lega nazionale per la difesa del cane di Legnago, che, con l'aiuto di due dei 70 volontari della sua associazione - i fratelli Bruno e Fiorenza Pizzi - ha provveduto a trasferire il segugio nella clinica veterinaria del dottor Simone Tombolani per curarlo e strapparlo ad una morte orrenda. Ieri mattina, la povera bestiola è stata sottoposta ad un intervento durato circa un'ora e mezza. Ora si trova fuori pericolo anche se il recupero sarà lungo e per vederla ritornare a correre occorrerà parecchio tempo. «In tanti anni di attività», confida il veterinario, «ne ho viste di tutti i colori ma sevizie di una barbaria inaudita come quelle inferte a questo segugio non mi erano mai capitate e mi auguro di non vederne mai più». «Il filo di ferro, legato molto stretto», aggiunge il dottor Tombolani, «era infatti penetrato nella cute, nella sottocute e nella fascia muscolare causando lesioni profonde ed una grande sofferenza all'animale, che è stato salvato appena in tempo quando il cavo stavo ormai per segargli l'osso». A questo punto gli animalisti legnaghesi, che nel giro di due mesi hanno recuperato in città e nei centri limitrofi una decina di cani abbandonati dai proprietari partiti magari per le ferie, lanciano un appello (gli interessati possono contattare il numero 339.10.46.510) per trovare una casa a Mosè. «Cerchiamo una persona sensibile», auspica Mariella Zamperlin, «disposta a prendersi cura del segugio e a dargli quell'affetto che un padrone crudele, arrivato al punto di legare il suo cane per inabissarlo nell'Adige, gli ha negato sottoponendolo a maltrattamenti inauditi». Nel frattempo, è stata avvisata la polizia locale per cercare di risalire al padrone di Noè che, se identificato, verrà denunciato. «Sarebbe il minimo», conclude Zamperlin, «di fronte a tanta inciviltà e ad un gesto spietato commesso nei confronti di un essere indifeso».
Stefano Nicoli
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