Morì dopo l'intervento, due medici a giudizio
OMICIDIO COLPOSO. L'operazioneal fegato nel marzo 2009 all'ospedale di Negrar. Per l'accusa, le negligenze dei chirurghi provocarono una trombosi poi rivelatasi fatale per un trentatreenne di Catania
Negrar. È morto a 33 anni dopo un intervento per via laparoscopica al fegato che avrebbe dovuto comportare una degenza post operatoria di due, tre giorni. Per quella morte, avvenuta all'ospedale Sacro Cuore di Negrar, ora i medici Lucio Mandalà, 38 anni e Marcello Spampinato, 38, ne dovranno rispondere in tribunale a partire da fine aprile con l'accusa di omicidio colposo. L'ha deciso il gup Rita Caccamo al termine dell'udienza preliminare svoltasi alla presenza del pm Francesco Rombaldoni, i difensori dei chirurghi, gli avvocati Mario Vittore de Marzi e Centonze e il legale di parte civile Claudio Caminati. L'intervento fu effettuato il 16 marzo 2009 ma il catanese Massimo Barbuto morì 4 giorni dopo all'ospedale Sant'Orsola di Bologna dov'era stato trasportato d'urgenza a 3 giorni dall'intervento. Il trentatreenne doveva effettuare un intervento al fegato per curare una malattia (emangioendotelioma epitolioide, è la dizione) e gli era stato consigliato da alcuni medici consultati insieme alla moglie un intervento per via laparoscopica, ritenuto meno invasivo e con un decorso post operatorio più breve, rispetto alla cura tradizionale. La scelta era caduta proprio sull'ospedale di Negrar dove una volta alla settimana opera il professore Ignazio Marino che non è coinvolto nell'inchiesta. Il catanese aveva organizzato il viaggio e il 16 marzo 2009 fu sottoposto all'intervento con i due medici, ora sotto indagine. A parere dell'accusa, l'operazione si concluse con l'asportazione della parte destra del fegato ma senza provvedere al fissaggio alla parete addominale dell'organo residuo. Questa omissione provocò una trombosi con conseguente infarto intestinale esteso e poi il successivo decesso. Nel suo provvedimento, il gip Caccamo attribuisce una serie di negligenze ai chirurghi sia riguardo alle modalità esecutive dell'intervento che nella gestione della fase post operatoria. In questo secondo frangente, i medici non avrebbero proceduto al fissaggio del fegato residuo, eseguito, invece, a Bologna il 19 marzo quando oramai era troppo tardi. Con quell'intervento avrebbero limitato i danni dell'infarto intestinale. E i medici non sarebbero corso ai ripari nonostante la grave sintomatologia manifestata dal paziente dopo l'intervento. G.CH.
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