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21.03.2012

Il «corridoio» con la Slovenia
è ormai aperto e l'orso tornerà

LESSINIA. Gli esperti nazionali si sono incontrati a Verona per capire cosa fare di fronte all'arrivo degli animali selvatici. Obiettivi: non farsi trovare impreparati, evitare gli allarmismi e l'improvvisazione e imparare a far convivere questo abitatore delle montagne con le attività umane

L'orso Dino era arrivato in Lessinia dalla Slovenia

L'orso Dino era arrivato in Lessinia dalla Slovenia
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Lessinia. L'orso tornerà, perché è certo che arriverà da quel «corridoio» aperto con la Slovenia dal precursore M5, meglio conosciuto come orso Dino, dallo stesso percorso oggi ricalcato dal lupo Slavc, ma non sarà più la stessa cosa della primavera 2010, quando trovò tutti impreparati. Al ritorno delle rondini siamo avvezzi da millenni, ma per quello di orsi e lupi, che pure non sono scomparsi da migliaia di anni dalle nostre montagne, si è persa la già corta memoria. Ma proprio perché non succedano quell'allarmismo, quell'improvvisazione di decisioni, quel marasma misto di paura e di curiosità che non ha fatto bene a Dino e rischia di fare altrettanto male a Slavc, il Corpo forestale dello Stato ha messo a disposizione la sede del Comando provinciale di Verona per il tavolo di coordinamento tecnico del progetto Life Arctos finanziato dall'Unione Europea per la conservazione dell'orso bruno. «Verona è baricentrica rispetto alle regioni alpine coinvolte e volentieri ci siamo prestati», precisa il vicecomandante provinciale del Corpo Forestale dello Stato, Paolo Colombo, «anche perché come Corpo forestale partecipiamo al progetto con squadre su tutto il territorio con personale esperto che lavora in collaborazione con la polizia provinciale». «L'incontro di Verona ha lo scopo di mettere a punto un protocollo che faciliti il coordinamento fra le diverse istituzioni, favorisca il lavoro dei tecnici, ricercatori e amministratori, su un tavolo tecnico di consultazione e condivisione delle problematiche emerse e da affrontare nello svolgimento delle singole azioni», precisa Valeria Salvatori, del Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise che è capofila del Progetto «Life Arctos», gestito in collaborazione con altri dieci partner (Regioni Lombardia e Friuli Venezia Giulia, Provincia autonoma di Trento, Parco naturale Adamello Brenta, Wwf Italia e Corpo forestale dello Stato), a cui si aggiungono le università La Sapienza e di Udine e l'Ispra, l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. La Regione Veneto non è parte del progetto, ma è territorio strategico come hanno dimostrato gli arrivi fino alle porte di Verona di M5 e del lupo Slavc, per questo è stata coinvolta direttamente e già fa parte di Pacobace, il Piano di azione per la conservazione dell'orso bruno sulle Alpi. «Life Arctos» è stato avviato nel 2010 e si concluderà, come progetto finanziato dall'Unione europea, nel 2014: «Comprende territori da dove l'orso non è mai scomparso, come l'Italia Centrale e l'area alpina, dove è stato in parte reintrodotto e in parte sta tornando da solo. «Per questo i tavoli tecnici sono due, uno appenninico e un altro alpino», specifica Salvatori, «con la funzione primaria di consultazione e condivisione delle problematiche, metodologie e strumenti specifici per la tutela dell'orso in maniera efficace, evitando i conflitti con le attività umane e facendo capire che con l'orso si può convivere». «Si tratta di mettere in campo le migliori pratiche per far convivere questo grande abitatore delle montagne con le attività agro-silvopastorali», aggiunge Massimiliano Rocco del Wwf Italia e Antonio Tagliaferro dirigente della Regione Lombardia, con responsabilità di coordinamento per le aree protette, elenca le questioni sul tavolo: «Come attuare i monitoraggi; come raccogliere i campioni biologici per l'invio all'Ispra, come coordinare le nostre azioni con quelle di altre nazioni interessate al progetto come Austria e Slovenia, per accordi comunitari che considerino le Alpi un'unica entità».


Vittorio Zambaldo

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