mercoledì, 23 maggio 2012

LESSINIA

CAMBIA:

Si cerca nel Dna il segreto dei cimbri

SELVA DI PROGNO. Soddisfatti i ricercatori dell'università La Sapienza che stanno effettuando l'indagine genetica. Si sono sottoposti allo studio anche i sindaci Gugole e Anselmi e il consigliere regionale Valdegamberi. «Qui troviamo caratteristiche altrove scomparse»
20/10/2011
Zoom Foto
Prelievo di Dna dalla mucosa della bocca FOTOSERVIZIO AMATO

Selva di Progno. Sono stati una quarantina i cimbri che hanno accettato di donare il loro Dna per la ricerca. Fra loro il sindaco di Selva di Progno Aldo Gugole con tutta la giunta, quello di Badia Calavena Ermanno Anselmi, il vicesindaco di San Mauro di Saline Luciano Alberti e il consigliere regionale Stefano Valdegamberi, che sta studiando il cimbro e lo parla già correntemente.
Soddisfatti i ricercatori dell'università romana La Sapienza per il numero di provette raccolte in un pomeriggio, dopo aver sottoposto i volontari a un questionario con domande anagrafiche su famiglia di appartenenza, comunità e abitudini, aver fatto sottoscrivere un documento che garantisce la tutela della privacy e aver fatto un prelievo di mucosa della bocca, usando due spazzolini monouso passati più volte sulla parte interna di entrambe le guance, prima di inserirli in una provetta contenente alcool per la conservazione del reperto.
«Fa piacere anche a noi sentire l'interesse e il calore dei protagonisti per il nostro lavoro di ricerca», ha commentato Giovanni Destro Bisol, professore associato di antropologia al Dipartimento di biologia ambientale alla Sapienza, che ha condotto l'indagine con i suoi collaboratori Marco Capocasa, Cinzia Battaggia e Paolo Anagnostou.
Introdotti dal presidente del Curatorium Cimbricum Veronense Vito Massalongo, che era stato contattato la scorsa estate per promuovere il progetto fra i cimbri della Lessinia, i ricercatori hanno presentato nella sala del Centro ambientale di Selva di Progno le linee principali della ricerca denominata «Studio genetico sulle comunità delle alpi orientali» che fa parte di un più ampio progetto in cui sono inserite tutte le minoranze linguistiche presenti sul territorio italiano, coordinato da Davide Péttene e a cui partecipano con La Sapienza anche gli atenei di Bologna, Cagliari e Pisa.
«Conosciamo la struttura genetica della popolazione italiana», ha spiegato Destro Bisol, «molto meno sappiamo invece di gruppi localizzati che hanno vissuto a lungo un certo isolamento geografico e linguistico. Dalle prime indagini è emerso che se sono minime le differenze genetiche fra un lombardo e un siciliano, sono enormi invece con i gruppi parlanti lingue minoritarie e sono grandi anche fra gli stessi gruppi minoritari, anche se per comodità sono riuniti in insiemi più ampi, come i tedescofoni delle Alpi orientali».
La ricerca si propone di capire se le popolazioni isolate linguisticamente hanno caratteristiche genetiche diverse dai gruppi vicini geograficamente; quale ruolo abbia giocato nella diversità l'isolamento geografico e linguistico e se ci siano ancora delle somiglianze con i gruppi di origine.
L'indagine genetica si svilupperà su due molecole: il Dna mitocondriale trasmesso dalla madre a tutti i figli indistintamente e il cromosoma Y che è trasmesso dal padre solo ai figli maschi. Questo permetterà di capire la distanza fra il patrimonio genetico d'origine e quello attuale. I risultati generalizzati, ma anche individualizzati su ciascun reperto, saranno illustrati dai ricercatori in un successivo incontro programmato per l'estate o l'autunno dell'anno prossimo.
«Abbiamo a che fare con gruppi particolari dove la geografia e la lingua hanno creato un isolamento e qui troviamo delle caratteristiche genetiche che in altre popolazioni sono scomparse», hanno rivelato i ricercatori, «semplificando potremmo parlare di serbatoi di biodiversità», ha aggiunto il professor Destro Bisol.
«Ringraziamo i ricercatori e quanti hanno voluto collaborare a questo progetto», ha concluso il presidente Vito Massalongo. «La partecipazione sopra le aspettative conferma l'orgoglio di appartenere a questa popolazione e la voglia di sopravvivenza che è minacciata dall'abbandono delle contrade, dalla crescita del bosco e dalla decadenza dell'uso della lingua».

Vittorio Zambaldo




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