Un Robin Hood del Garda
MITO. Un libro sulla caccia all'uomo scatenata da Venezia nel 1617.
Faide tra ricchi e poveri, sanguinosissime vendette famigliari, bande di cacciatori di taglie, lotte feroci tra parroci e frati, delitti manovrati con false attribuzioni dai provveditori della Repubblica e «giudici del maleficio», rastrellamenti, bandi, sfottò temerari, suppliche, teste mozzate ed esposte in piazza, i corpi acefali appesi alle forche, fughe epiche, solidarietà della popolazione con i proscritti, mercenari albanesi e corsi alla loro caccia, guardie dei nobili, podestà assassinati in chiesa, arrembaggi sul lago, sequestri di persona, ricatti, riscatti, campane a martello, tregue di pace simulata, omertà blindata, dispetti fra potenti, torture, fughe in barca, travestimenti di «farinelli saltastrade», solenni battesimi per i figli dei capi, sicari all'opera, impiccagioni come spettacolo, epica morte dei rei immortalata in un grande quadro, ex voto «del giorno fatal della battaglia final»: la sequenza riassuntiva di tante avventure, dipinta «a fumetto», si ammira al santuario della Madonna di Moncastello, a 704 metri d'altezza sulle rocce di Tignale, riva bresciana del Garda. Bilancio finale: cinque banditi stesi, altrettanti fra chi li braccava da un giorno e una notte.
La vicenda risale ai primi anni del Seicento e si svolge nell'alta riviera bresciana del Garda, con incursioni e protagonisti nella sponda veronese. Dominante la Serenissima Repubblica, presenti le rivalità fra Brescia, il Consiglio generale della Magnifica Patria (36 comunità di sei «quadre» l'una, quella che ci interessa è composta da Salò, Gargnano, Maderno, Toscolano, Valtenesi e Campagna). Un paesaggio stupendo con «boschi di olivi dai rami che toccano terra» e tanti mercanti, manifatturieri e cartai. Il confine con l'arciducato d'Austria coincide con quello di Riva del Garda; milizie sempre a piè d'arm, contrabbando diffuso. Leggi veneziane furbe al limite del subdolo: chi cattura un bandito può riscattare la propria banditura od ottenere la revoca di quella di chi sceglie lui («liberar bandito»), ma deve esibire il corpo della preda, soprattutto la testa, tagliandola al cadavere e portandola a Salò in piazza, sulla colonna di San Marco. A coloro che il Consiglio dei Dieci, attivissimo, bandisce, si fa bruciare la casa, poi la si rade al suolo, gli si espropria tutto, si perseguita chi gli dà ricetto, si emettono grida e proclami. E si crea il mito.
Un libro ricco di fonti, edito dal comune di Tignale, Il bandito del lago (1576-1617), è dedicato al personaggio che ancora viene citato ai bambini quasi come un Robin Hood del Garda: il bandito Zanzanù, entrato nell'immaginario collettivo come il vendicatore dei soprusi subiti (gli accopparono il padre e lo zio, fra gli altri), il trascinatore degli assetati di vendetta per i soprusi della classe dominante (nobili, veneziani, possidenti, ricchi mercanti; dazio, gabelle, coscrizione obbligatoria e ius prime noctis).
Giovan di Giovan Maria Beatrice, detto Zuane, Zan Zanon, Zanzanù, è l'inafferrabile brigante cavalleresco che per 15 anni giocò a rimpiattino con il potere, sterminando uno a uno i suoi nemici (e le spie), facendosi ospitare e aiutare anche con le spicce, protetto dal padre guardiano del convento di San Francesco di Gargnago, fra' Tiziano Degli Antoni di Cassone di Malcesine e dai frati dell'isola del Garda, godendo di amici a Lazize e Peschiera, abboccando una sola volta a un accordo di pace subito violato dalla famiglia nemica, i Riccobon Sette di Montemoderno, protetto nella latitanza da un principe cremonese, e tornando poi, bellicosissimo stratega, a rinfocolare il suo mito all'improvviso, solcando il lago di notte con i suoi compari e nascondendosi fra i monti sovrastanti i borghi di dove controllava tutti. E tutti sapevano che c'era, e lo aiutavano: vitto, alloggio e informazioni. Un rapace, diurno e notturno, braccato in rastrellamento come un cinghiale che giocava sempre gli armigeri.
Che armi? Archibugi tonanti (a ruota, a luminello), pistole ad avancarica ad acciarino (da nascondere «soto il feraruolo», il tabarro) di cui tutti sono dotati, anche i civili, e tenuti a portarle nei campi e nei boschi proprio dal Doge. Eppoi sciabole, fusetti e pugnali.
Si deve allo storico bresciano Claudio Povolo, docente universitario a Venezia, la filologica ricostruzione, documentatissima (le note superano l'ampiezza del testo) della vita di Zanzanù e della sua morte, avvenuta la notte di giovedì 17 agosto 1617 nella valle del Monile a Tignale. Aveva 41 anni il bandito che aveva osato sfidare la Serenissima quando cadde in trappola. Ora è eternato nel grande, didascalico dipinto voluto dalle Comunità di Gargnano e Tignale, chiesto al pittore Giovan Andrea Bertanza già nell'estate 1618; l'ex voto si ammira nel celebre santuario sulla rupe strapiombante, nido d'aquila su tutto il Garda dove si giunge per una strada ertissima. Attenti ai freni! Vent'anni fa un pulmino di pellegrini bergamaschi li ruppe: 13 morti nel burrone.
Bartolo Fracaroli
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1 Beppe_da_Lugagnan 09/02/2012 09:20 2810 commenti
Quoto attilioanacleto. Abbiamo le radici marce. Questa gente del passato sembra peggio della mafia.