16.05.2012
L'avventura sul Manaslu
Verona. Il Manaslu si affaccia per l'ultima volta. Poi scompare dietro la curva del sentiero. Il gruppo veronese-trentino sta rientrando verso Katmandu. Un percorso quasi bucolico tra valli, villaggi e monasteri dopo oltre 20 giorni di ghiacciaio, sotto nevicate continue e in condizioni estreme di fatica. C’è il tempo per una lunga chiacchierata con Marco Heltai (ASCOLTA LA TELEFONATA E GUARDA IL VIDEO), una sorta di «bilancio» della spedizione al Manaslu. Ma non solo. Nelle parole della guida alpina veronese c’è anche una riflessione, a tutto campo, sull’alpinismo. da quello scaligero: «Se fosse raccontato di più ci sarebbero tante storie belle da scoprire». Ma anche su «grande circo» internazionale dell’alta quota.
IL DRAMMA SUL GHIACCIAIO. «Quel giorno sul ghiacciaio, quando con il canadese abbiamo soccorso i due ragazzi iraniani e cercato il terzo, c’era davanti a noi anche una grossa spedizione neozelandese, con sherpa e ossigeno. Anche loro hanno incrociato quei due "fantasmi" barcollanti, ma non li hanno neppure ca...». Prosegue Heltai: «Con Donald (il canadese, ndr) è bastato guardarci negli occhi per capire cosa dovevamo fare. Certo fare la cima, che a un certo punto "era lì", sarebbe stato bello ma l’alpinismo della prestazione a ogni costo non mi interessa. Noi italiani abbiamo questa caratteristica: una "faccia umana" che ci portiamo in giro anche sulle montagne del mondo, ed è bene così».
Dunque, niente rimpianti, alla fine: «Sono contento di ciò che ho fatto, della scelta di non andare in vetta per fare altro... se fossimo riusciti a salvare anche il terzo ragazzo sarebbe stato perfetto, ma sugli Ottomila è così...».
ALPINISMO MODERNO. E poi lo sfogo: «Erano bravi, preparati, quegli iraniani ma, come accade con tanti Paesi emergenti nel mondo dell’alta quota, dietro ci sono spesso ministeri e club nazionali che mirano alla visibilità, alla bandiera sulla cima importante. Parlando in queste ore con Sergio Martini (il capospedizione trentino, ndr), il quale di Ottomila ne ha 19 all’attivo, non è rimasto che pensare agli "errori giovanili": che purtroppo si pagano. Tutti li avevano sconsigliati di salire, sherpa compresi ma... è andata così, per Jafar, non è stato il primo e purtroppo non sarà l’ultimo. Sul ghiacciaio di corpi ne ho visti diversi....». Si replica dunque altrove, con i relativi costi in termini di vite umane, il periodo «della conquista», già vissuto tra gli anni Trenta e Quaranta, che ebbe nella «nord dell’Eiger» l’icona più famosa.
BILANCIO DI UNA SPEDIZIONE. Resta, a bilancio dei giorni sul Manaslu, «un’avventura difficile, psicologicamente e fisicamente ma che ci ha dato moltissimo, un gruppo che è sempre stato tale. Anche quando siamo rimasti solo in tre (Giordani, Heltai e Piazza, ndr) stretti come sardine nella tenda tre, a 7.000 metri, in attesa dell’occasione per tentare la vetta, abbiamo sentito vicino il gruppo». «È normale - spiega la guida veronese - che in alta quota ciascuno valuti le proprie ssensazioni, se non sei al cento per cento non rischi. Poi ci sono venuti incontro al campo 1, è stato importantissimo perché in quelle condizioni portarsi giù 25 chili di roba testa, l'attrezzatura, corde, ramponi, piccozze... È stato un lavoro di squadra, sempre e comunque impegnativo». Scherza: «A 'sto giro ci ha massacrati ben bene... Ma è una grande esperienza da portare a casa». P.M.
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