23.06.2012
ARCOLE. Il Consiglio di Stato ribalta la sentenza del Tar e restituisce la proprietà dell'edificio di via Nuova all'associazione «Fraternità». Il sindaco avverte: «Potranno utilizzarla per attività artigianali, ma non come un centro di preghiera»
Arcole. Il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso presentato dall'associazione di promozione sociale Fraternità di Arcole e dall'Ente di gestione dei beni islamici in Italia, annullando la sentenza del Tribunale amministrativo del Veneto, di fatto ribaltando la sentenza del Tar che era stata emessa a favore del Comune di Arcole, meno di due anni fa. Il Tar Veneto aveva dichiarato inammissibile il ricorso presentato da due enti islamici per riottenere la proprietà della «moschea» - più corretto chiamarla centro culturale islamico di via Nuova o luogo di culto come viene citato dai tribunali - in quanto sulla stessa materia pendeva (e pende tuttora) un ricorso straordinario al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Con una ordinanza, il Comune aveva fatto chiudere il centro di ritrovo e di preghiera, a pochi passi dalla sede dalla Lega nord e il Consiglio comunale ne aveva di fatto preso possesso nel maggio di due anni fa a costo zero in quanto, a detta dei riscontri municipali della polizia locale e dell'ufficio tecnico, le opere da realizzare al suo interno per metterlo a norma, non erano state eseguite nei tempi prescritti dall'ordinanza, e quindi il bene non era stato sanato. Sempre nel maggio di due anni fa, il responsabile dell'ufficio tecnico, nonché segretario comunale Alberto Bignone, dava il proprio parere contrario a concedere la sanatoria, perchè la richiesta di Fraternità sarebbe giunta fuori dai termini. Atti amministrativi che ora il Consiglio di Stato di Roma, in sede giurisdizionale, ha annullato in via definitiva, essendo questo il secondo grado di giudizio e quello definitivo in ambito amministrativo. «Sono pienamente condivisibili le critiche rivolte nell'atto di appello avverso la statuizione (la sentenza, ndr) del Tar di dichiarare inammissibile il ricorso in primo grado», sentenzia il Consiglio di Stato. «Si palesano fondate le censure di violazione e falsa applicazione di legge e dell'eccesso di potere per difetto di motivazione ed istruttoria, nei confronti del provvedimento comunale di diniego di rilascio del permesso in sanatoria». Secondo i magistrati del Consiglio di Stato, c'è stato un «sovvertimento dell'ordine logico di valutazione della fattispecie sottoposta all'amministrazione, circostanza di per se già sufficiente ad inficiare i vari atti di tipo sanzionatorio assunti dall'ente locale. Il termine di presentazione della domanda di sanatoria, non è quello di 30 giorni come richiesto dall'amministrazione, bensì quello di 90 giorni dalla data di notifica dell'ordinanza». Alla luce di ciò, possibile che né il segretario comunale né l'ufficio tecnico sapessero che i termini erano di 90 giorni e non di 30, come per qualsiasi cittadino che presenti domanda di sanatoria? Questi vizi hanno convinto i magistrati romani ad annullare i provvedimenti «di inottemperanza alla demolizione delle strutture interne e i provvedimenti di acquisizione dell'immobile», atti «illegittimamente emessi». Pertanto giudicando fondato il ricorso dell'associazione Fraternità, i magistrati Gaetano Trotta (presidente), Raffaele Greco, Raffaele Potenza, Andrea Migliozzi ed Umberto Realfonzo, «accolgono il ricorso e condannano il Comune di Arcole», si legge nella sentenza, «al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio, che si liquidano in 5 mila euro oltre Iva e accessori. Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa». In totale dunque la cifra raggiungerà per i due gradi di giudizio gli 8 mila euro, soldi a carico dei cittadini arcolesi. Sempre che ora l'associazione non decida di chiedere anche i danni, perchè allora la cifra salirebbe inevitabilmente. La sentenza del Consiglio di Stato dunque ingiunge al Comune di Arcole di riconsegnare lo stabile di via Nuova, un ex teatro trasformato prima in opificio, poi in magazzino ed infine in luogo di culto, all'associazione Fraternità. Ma a questo punto che cosa potrà farne? «Chiederemo che il Comune si pronunci nuovamente sull'istanza di sanatoria e una volta ottenuta questa, l'associazione islamica potrà tornare a utilizzare l'immobile come meglio crede», spiega il legale del sodalizio islamico, avvocato Mattia Cavaleri, dello studio legale Sartori di Verona. «La sanatoria? Si tratta di una cosa tecnica», ammette il sindaco, Giovanna Negro, «ma una volta sanato il bene, comunque i proprietari potranno utilizzarlo per attività artigianali com'è prescritto dalla normativa urbanistica, non certo per farne un luogo di culto. Non si trova infatti in zona F (a servizi, ndr) pertanto lì comunque gli adepti non si ritroveranno a pregare», stigmatizza il sindaco onorevole della Lega nord, «devono rispettare la legge». La partita legale dunque è finita, ma certo non pare per questo che l'amministrazione comunale abbia intenzione di arrendersi e darla vinta all'associazione islamica. Ricordiamo che i musulmani all'inizio, per alcuni mesi, si sono dati appuntamento il venerdì per pregare nelle piazze del paese. Da circa un anno sono emigrati altrove. Ora torneranno ad Arcole?
Zeno Martini
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