28.04.2010
SAGGIO. Giovanni Rapelli analizza una questione anche politica: la nostra regione ha una parlata comune? Sì, l'italiano. Da Valeggio a Zara, l'esperto conta i dialetti «senza considerare quelli degli emigrati sudamericani Idioma ufficiale? Artificiale»
La lingua veneta e i suoi dialetti: fin dal titolo, il nuovo volume di Giovanni Rapelli, linguista veronese, suscita attenzione. La lingua veneta è diventata un cavallo di battaglia anche della politica. Il volumetto di Rapelli, edito da Perosini, in 116 pagine corredate di due cartine, appare così come un'operazione tanto più necessaria rispetto all'interrogativo se esista davvero una lingua veneta.
«Ho concepito questo lavoro per la divulgazione», dice l'autore, «per mettere il grosso pubblico al corrente delle problematiche inerenti al nostro dialetto. Praticamente consiste di due parti distinte. La seconda descrive sommariamente la storia della lingua veneta, una delle tante forme nelle quali si evolse il latino in Italia: sono date le dieci varianti dialettali riconoscibili all'interno del Veneto, con 13 campioni dei singoli dialetti che spaziano da Valeggio a Zara in Dalmazia. Un accenno è fatto anche alla lingua franca (usata comunemente per secoli nel Mediterraneo tra popoli di varia origine, composta in buona parte di elementi veneziani), al gergo della malavita o dei mestieri particolari e a due parlate venete sorte all'estero, a Chipilo nel Messico e nel Rio Grande do Sul. La prima parte riguarda invece la distinzione generale tra lingua e dialetto; qui intendo dimostrare che la differenza è molto spesso, se non sempre, soltanto di natura politica (alcuni dialetti sono stati dichiarati lingue ufficiali, si pensi all'olandese, praticamente un dialetto basso-tedesco, o all'afrikaans del Sudafrica). È dato risalto all'apporto dei singoli dialetti italiani alla lingua ufficiale della penisola: un apporto incredibilmente ampio, senza il quale sarebbe impossibile l'esistenza dell'italiano in quanto tale».
L'autore ribadisce la differenza di funzioni della lingua ufficiale e dei dialetti: la prima tende necessariamente a forme statiche, immobili, mentre i secondi si sviluppano senza vincoli, in piena libertà, essendo collegati strettamente alla famiglia, agli amici, agli affetti, alla vita nell'ambiente di lavoro. Dunque come si può pensare all'esistenza di una lingua veneta?
«Nella linguistica internazionale, quando si parla di veneto si fa riferimento al modello veneziano, ma si tratta ovviamente di una convenzione», spiega Rapelli. «I dialetti sono varietà di un modello comune ma che non ha un prototipo. Lo si prende come paradigma, ma non ha verità scientifica. La distinzione tra diletto e lingua è politica, si definisce dialetto qualsiasi parlata che sia comprensibile al 90-95% dei residenti in un determinato territorio».
Ma l'idea di proporre una lingua veneta comune ha senso? «Quella che viene oggi proposta come lingua veneta è un modello di parlata determinato da una volontà politica, ma che in realtà non è la lingua di nessuno e non esiste in nessun posto. È un veneto artificiale, una lingua in cui nessuno di noi si esprime». Eppure vorrebbero insegnala a scuola… «Io sarei molto favorevole al ritorno del dialetto come materia scolastica, ma del dialetto vero, quello cioè che viene parlato in quel paese, in quella località, che a Verona sarebbe evidentemente il dialetto di Barbarani. Credo che il dialetto sia un collegamento vero e diretto con la storia che ci ha preceduto, con le generazioni passate e che possa aiutarci a comprendere la toponomastica». Un'unica lingua veneta «uffiaciale»? Abbiamo già l'italiano.
Alessandra Galetto
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