20.03.2012
PRIMAVERA. Si ripete lo spettacolo che richiama a origini ancestrali. Nel pomeriggio i raggi penetreranno da Porta Borsari proiettando le ombre lungo la ex via Postumia La città fu orientata così dai Romani in onore al sole
In rosso, sopra la foto aerea, l'allineamento solstiziale della Verona romana (decumano massimo). In giallo, l'allineamento del cardo massimo
Chi si trova a entrare nella città antica di Verona passando sotto le arcate di Porta Borsari oggi pomeriggio prima del tramonto (sperando che ci sia il sole) vedrà la sua ombra proiettarsi perfettamente come la lancia di un gigantesco orologio lungo il corso che corre dritto fino alla basilica di Santa Anastasia. Inoltre chi entrerà da Porta Borsari noterà, appena varcata la soglia Romana (chiamata nel medioevo Porta Bulsariorum, dai Bursarii, addetti alla riscossione delle gabelle), stagliarsi sul lastricato del corso, come da un gigantesco gnomone, la grande ombra della Porta con disegnate dai raggi del sole le sagome luminose delle dodici finestre che si aprono sul davanti del manufatto marmoreo, eretto nel primo secolo dopo Cristo a guardia del Decumano massimo. BELLO sarebbe se le molte persone oggi pomeriggio, a passeggio o in transito per quella che era l'antica via Postumia, si spingessero fino a incontrare la facciata della basilica, che si presenterà magicamente illuminata frontalmente dal sole infuocato del tramonto, e notassero il significato di quello straordinario allineamento. Il fenomeno era ben conosciuto dai Domenicani quando nel 1290, un anno prima della nascita di Cangrande I, e annunciando il tempo di Giotto e Dante, diedero il via ai lavori di edificazione della basilica. La scienza e le conoscenze astrologiche religiose di allora dettavano l'orientamento degli edifici sacri, ed erano ancora quelle che risalivano al tempo della fondazione Romana della città. Il rosone che si apre sulla facciata, presente nelle chiese romaniche e gotiche con misteriosa sontuosità, aveva un profondo significato mistico legato alla luce. Doveva trasformare i raggi del sole-eroe pagano in luce divina cristianizzata all'interno delle chiese. Mentre nei templi dell'antichità la luce del sole in certi momenti dell'anno entrava direttamente fino alla cella del sancta sanctorum, la cristianizzazione dei simboli ha trovato nel rosone, costruito con precisione secondo calcoli che determinavano le geometrie sacre del disegno, il suggestivo filtro esoterico per purificare e rendere sacra quella luce che entrava nella casa del Signore. La luce del sole, purificata dal rosone, come lama trascendente percorre tutta la navata centrale fino all'altar maggiore, segnando il quel preciso momento l'Equinozio di Primavera. Ovvero quando le ore della notte sono uguali a quelle del giorno. Da quel momento la Luce inizierà il suo cammino di sopravvento sulle tenebre. Questi concetti filosofici e religiosi legati al movimento del sole sono gli stessi che hanno guidato la fondazione urbanistica della Verona Romana. Per Luigi Pellini e Davide Polinari, nel loro libro Nascita di una città tra architettura, mistica e metafisica (Edizioni della Vita Nova), il sancta sanctorum della città era rappresentato dalla collina di San Pietro. Il sito del sacro collegio «in cui si officiavano i misteriosi riti e dai cui pozzi si osservavano le stelle in pieno giorno». Una città allineata a scacchiera e non secondo l'orientamento dei quattro punti cardinali, bensì dalla posizione del sole all'alba del solstizio estivo. Si deve a Umberto Grancelli, un personaggio enigmatico che ha dedicato la sua vita alla ricerca delle teologie arcaiche, la scoperta nei pressi di Montorio di un menhir, una antica colonna chiamata dai locali Piloton, che proprio all'alba del Solstizio d'Estate indicava con la sua ombra la direzione di una linea immaginaria che passava per il colle di San Pietro, la montagna sacra ove in epoca Romana sorgeva il tempio dedicato a Giano, attraversava il centro di Piazza Erbe, proseguendo per via Pellicciai fino a incontrare in Corte Farina i ruderi dell'antica porta Romana. ALBERTO Solinas, riprendendo l'allineamento Solstiziale di Grancelli (sostenuto in primis da uno studio di Guido Barbetta, pubblicato nel 1964) lungo il percorso individua i luoghi di San Giovanni in Valle, il Foro, la chiesa dell'ex convento di Santa Lucia e la chiesa di Santa Lucia Extra: un percorso sottolineato dalle figure di santi legati al concetto simbolico di luce. Non sembra un caso che una delle feste più sentite a Verona sia quella di santa Lucia. Questa siciliana, dopo il suo martirio (avvenuto il 13 dicembre 304 DC), a causa delle tradizioni che associavano il suo nome alla luce, divenne la patrona della vista e dei raccolti. Gli artisti medievali la dipingevano mentre portava un fascio di grano e un piatto con delle piccole torte (più tardi scambiate erroneamente per i suoi occhi, come si può notare ancora oggi in tante rappresentazioni). Difficile non cogliere le analogie con la scienza dei primi progettatori di Verona, con tre grandi geni del secolo XIV inanellati con Cangrande I, guidati dalla luce del sole e delle stelle. Sono attinenze di un concetto spirituale antico, intercorso dopo 1.300 anni tra il pensiero dei primi fondatori della città, con l'ideatore della preziosa stella scaligera, con la sapienza armoniosa di Giotto architetto e pittore e infine con Dante capace di trasmetterci il suo illuminato pensiero nella Commedia che potremmo chiamare il suo vangelo, sempre teso verso l'alto, verso le stelle, verso la luce. «Lo spirito solare che proviene dal mondo superiore, scende ad incarnarsi e a prendere possesso della sua dimora terrena» . Un concetto noto che si materializza percorrendo nel centro di Verona l'antica via Postumia (corso Portoni Borsari, corso Santa Anastasia) il pomeriggio di oggi 20 marzo, in quest'anno bisestile giorno dell'Equinozio di Primavera.
Alberto Zucchetta
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