08.06.2012
INCONTRI. Oggi lo scrittore famoso nel mondo alla serata promossa dall'associazione Idem. L'autore, anima inquieta della sinistra nel suo Paese, racconta i cambiamenti dagli anni Cinquanta a oggi. «Da rivoluzionari mancati a gente qualunque»
8 giugno. Amos Oz abita in una villetta alle porte del Negev, il deserto d'Israele. Quando non insegna letteratura all'Università Ben Gurion e non è in giro per il mondo a presentare i suoi libri, si rifugia nella biblioteca di casa dove sugli scaffali ci sono le 640 edizioni in 41 lingue dei suoi libri. È appena uscito in Italia Tra amici (Feltrinelli, 132 pagine, 14 euro). Scrittore di fama internazionale, intellettuale impegnato della sinistra israeliana che non esita però a criticare aspramente anche i suoi compagni di strada, Amos Oz è considerato un classico vivente. La sua scrittura secca, senza fronzoli torna anche in questo ultimo lavoro che Amos Oz presenterà questa sera a Verona (ore 21, Palazzo della Gran Guardia) in una delle pochissime tappe italiane di promozione del libro. È reduce da Roma, dove a Massenzio ha parlato con Erri De Luca. «Tutti sono compagni, ma ben pochi sono amici veri»: con poche pennellate, Amos Oz ricrea il microcosmo di un kibbutz israeliano negli anni Cinquanta. Dal giardiniere timido e solitario che ha la passione di dare brutte notizie alla donna lasciata dal marito per un'altra che le vive praticamente accanto; dal mite elettricista che non riesce a capacitarsi dell'amore della figlia diciottenne per il suo insegnante di storia al falegname pettegolo che, in preda all'ira, si accanisce su un bambino per dare una lezione a chi ha maltrattato suo figlio; dalle tentazioni sensuali del segretario del kibbutz durante la sua ronda notturna allo struggente racconto agrodolce degli ultimi giorni di un calzolaio anarchico, appassionato di esperanto e del futuro dell'umanità. Infine, due scelte opposte di fronte al dilemma tra andare e stare: quella di Moshe, che confrontandosi con il padre malato in ospedale finisce per riconoscersi in tutto e per tutto membro del kibbutz, e quella di Yotam, che invece dentro il kibbutz soffre e vorrebbe andare a studiare in Italia, dallo zio che lì ha fatto fortuna. «Un romanzo in otto storie nello stesso luogo, un kibbutz, stesso tempo e con gli stessi personaggi», spiega lo scrittore israeliano che si divide tra insonnia e preoccupazione. Una condizione esistenziale identica a quella di Israele: «È come vivere su un vulcano in piena eruzione con la gente che continua comunque la sua vita abbastanza normale, cercando di pensare anche ad altro, anche se può essere solo un pretesto che non cambia la sostanza della loro realtà. Così, in uno dei miei racconti, una donna non riesce a dormire preoccupata per il figlio sedicenne, questi non dorme per troppo desiderio della moglie del vicino, che a sua volta veglia preoccupata per i soldi della retta della scuola del figlio e per il marito, che non dorme geloso del successo del capo del consiglio direttivo del kibbutz, capo che è insonne temendo di non essere rieletto... La vita nel Kibbuz non è più quella integralista degli anni Cinquanta: c'è meno intolleranza e rigidità, tanto che oggi il numero di abitanti in kibbutz è il più alto della nostra storia e vi accade quel che accade ovunque, che si lavora più sodo di quel che si dovrebbe, per acquistare cose di cui non abbiamo bisogno per far colpo su gente che non ci sta nemmeno simpatica». Commentando il titolo del libro, Tra amici, Oz aggiunge: «Penso che una decina di amici bastino per un essere umano. Mia moglie è la mia migliore amica, così i miei figli, e pochi altri». Lo scrittore israeliano a Roma si è espresso anche su un sentimento condiviso da molti, l'indignazione: «Credo che l'indignazione sia un sintomo di debolezza. È ciò che esprimiamo e trasmettiamo quando non riusciamo a condurre un dialogo». Quindi ha letto Esperanto, un racconto degli otto che compongono il nuovo libro. La storia degli ultimi giorni di vita di un uomo solitario e malato, scampato alla Shoah. Profondamente idealista, l'uomo crede nella creazione di un'unica collettività dove tutti parlano la stessa lingua, l'esperanto. «Questo personaggio rappresenta le mie idee di quando avevo 16 anni, non di oggi», spiega Amos Oz. «Oggi credo nella cortesia e nella gentilezza dei rapporti umani, non in una rivoluzione che cambi il mondo. Quest'uomo del quale racconto la vita mi sta simpatico però, come il ragazzino che sono stato circa 60 anni fa».
Silvia Bernardi
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