mercoledì 19.06.2013 ore 22.05

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Blog - Giovani e lavoro

Giovani e lavoro

Alessia ha aperto la strada. Ha detto in poche parole ciò che i politici non hanno la dignità di ammettere: essere giovani, studiare, applicarsi nella speranza di ottenere un’occupazione dignitosa e stabile, oggi è un salto nel vuoto. Serve coraggio, assai più di ieri. Già altri hanno scritto a redazioneweb@larena.it per raccontare le proprie storie. Noi teniamo aperto questo canale: perché, talvolta, è meglio ascoltare che parlare.

LA LETTERA DI ALESSIA E IL COMMENTO DEL DIRETTORE CATTANEO
Caro direttore, mi chiamo Alessia e vi scrivo perché vorrei raccontarvi quello che succede a me a Verona. Ho 26 anni, neolaureata. Ho abitato 5 anni all'estero, lavorando come cameriera, facendo stage, lavando piatti, e ancora facendo corsi pagati con i soldi che ho risparmiato negli anni. In 10 anni esattamente. A 16 anni infatti avevo già il sogno di andare a lavorare all'Onu a Ginevra e allora dopo la scuola, correvo in un negozio a lavorare e il sabato e la domenica facevo servizi extra come cameriera. Così mi sono guadagnata i soldi che mi hanno permesso di pagarmi l'Università, l'Erasmus, i corsi di lingua all'estero (ho abitato in 7 Paesi diversi). Fino a che si realizza il sogno: uno stage gratuito a Bruxelles e uno a Ginevra presso l'Onu. Prendo i miei ultimi soldi risparmiati e vado a vivere a Ginevra. Finito lo stage torno a casa e mi laureo. Da quel momento il nulla. Nessun lavoro, nessun contratto. Mi chiedono di lavorare in un bar due ore al giorno. E io vado. Fino a che mi inviano un sms per dirmi che non servo più perché sono arrivati i controlli ed io , beh non ero in regola. Mi ritrovo senza lavoro e senza copertura sanitaria di cui pure avrei bisogno. Da allora ogni giorno telefonate anche umilianti per sperare di lavorare come cameriera per 6 euro l'ora. Ma non ho mollato e mi sono iscritta ad un altro corso. Corso che oggi non posso più pagare (380 euro). Beh, parlo quattro lingue, ho pelato patate in Irlanda e in Francia per avere un futuro migliore. Ora mi ritrovo senza sogno, quello che ho coltivato per tanti anni e che mi rendeva così determinata. Mi ritrovo senza soldi sufficienti, anche solo per emigrare. Non posso progettare. Che si dice in questi casi? Chiedo a voi
Alessia

Cari lettori, la lettera di Alessia vale più di molte analisi su questa crisi. Dietro ai numeri e alle statistiche, a parole come spread e debito, ci sono le troppe storie come quella di questa giovane. Eccoli, in tutta la loro drammaticità quotidiana, i frutti avvelenati degli errori dei nostri governanti. Ecco i guasti di un sistema inefficiente e corrotto fatto di sprechi e privilegi. Alessia ci chiede cosa si dice in questi casi. Vorrei risponderle che si sta cambiando. Che in molti sono al lavoro per dare nuove speranze ai nostri figli. In parte è vero, ma il dibattito ipocrita a cui assistiamo mi frena. Resta però la determinazione e il coraggio di Alessia. E questo sì, è un grande segno di speranza. Il più grande. Per lei, ma anche per tutti noi. Non mollare.
Maurizio Cattaneo
Chi vive altre storie come quella di Alessia scriva al nostro sito www.larena.it

Claudio: «Mi dicono "prendi una vera laurea!"»

26/06/2012

Scrivo dopo aver letto la lettera di Alessia da voi pubblicata. Ho 22 anni e da sempre ho desiderato lavorare nel settore della cooperazione internazionale o in organizzazioni internazionali. Ho quindi indirizzato i miei studi in questo senso. Mi sono laureato in due anni e mezzo in Scienze Politiche e delle relazioni internazionali, ho studiato un anno a Bruxelles, ho partecipato ad un Erasmus IP in Polonia, sono stato 3 mesi in Kenya a mie spese con una Onlus per poter fare esperienza ed acquisire competenze più «tecniche» del settore ho lavorato per 8 mesi a progetto nell'Ufficio Europrogettazione di una società italiana. Ad oggi nonostante parli correntemente francese, inglese e spagnolo e abbia seguito corsi professionalizzanti sponsorizzati dalle varie organizzazioni che operano nel settore mi ritrovo con un pugno di mosche in mano.
In Università mi è stato consigliato di fare uno stage prima di iniziare un master o un corso di laurea specialistica. Ho inviato più di 150 curriculum senza tenere conto in che paese sarei finito, disposto a tutto, peccato che i pochi che hanno risposto non prevedevano nessun rimborso spese, mi è stato anche vergognosamente risposto che è «illegale» retribuire gli stagisti e quindi non capivano con quale coraggio chiedevo se avrei avuto un rimborso spese per stare 3 mesi a Johannesburg.
Una volta resomi conto che non c'era possibilità di fare uno stage nel mio settore mi sono messo alla ricerca di un lavoro qualsiasi pur di mettere qualcosa da parte, ho fatto colloqui che definirei umilianti in cui dopo avermi fatto spiegare tutto quello che avevo fatto mi sono sentito dire che con il mio curriculum avrei potuto essere inserito in altre posizioni ma che in questo momento l'unica cosa da fare era far compilare sondaggi alla gente per strada a 1 euro a questionario. Alla fine mi sono trovato a lavorare come cameriere a chiamata, senza sapere per quanto come e quando lavorerò. Ad oggi anche personale della mia stessa facoltà mi ha consigliato di cambiare percorso con frasi del tipo: «Sei giovane, non sei stupido prenditi una laurea che ti dia un lavoro vero! Ad oggi con relazioni internazionali rischi di non ottenere mai un lavoro non a progetto!» e detto da persone che lavorano in Università è abbastanza desolante come cosa. Ad oggi non so cosa fare, continuare per questa strada investendo in un master che potrebbe non portarmi a nulla, o cambiare come mi viene consigliato da più parti? La cosa che mi lascia impietrito e sfiduciato è che non sono l'unico a trovarmi in questa situazione, amici che hanno concluso lauree a ciclo unico in giurisprudenza e anche in settori scientifici dopo 6 mesi di stage si ritrovano a casa a mandare curricula senza nessuna risposta. La mia domanda è questa, a questi punti noi giovani cosa dobbiamo fare? Si dice che facendo sacrifici prima o poi si avranno i risultati, purtroppo inizio ad aver paura che non sia vero.




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