26.07.2012
SARA SIMEONI
Emozioni senza tempo. Sara che salta, oltre se stessa, oltre ogni speranza, Sara che esulta, le lacrime di Sara. E quella foto. Lei, gonna bianca e giacca blu griffata Valentino. Lei davanti a tutti, tenendo alta e dritta la bandiera tricolore. Un simbolo, una bandiera lei stessa, l'icona di uno sport che non c'è più e che forse oggi non vale la pena cercare. Ricordare sì, però. Magari col soffio leggero di un sorriso, con quel filo d'ironia e di saggezza che il tempo inevitabilmente ti regala. Sara portabandiera a Los Angeles '84, quand'era andata (quasi) per far numero e poi s'era riscoperta fuoriclasse. Quelle che non sbagliano mai l'appuntamento con la storia, quelle capaci di andare al di là dell'asticella, della logica. Di sovvertire le regole, con la forza dolce di un balzo "rubato" forse a una favola. E' sempre bello riascoltare la favola di Sara.
Da dove cominciamo?
«Beh, cominciamo proprio dalla vigilia. A tutto pensavo, ma non a quel risultato e prima ancora a essere la portabandiera della Nazionale. E' successo un po' per caso...».
Come per caso?
«Allora non era come oggi, dove tutto viene spettacolarizzato. Viene deciso prima, per tempo, con tanto di ricevimento in Quirinale, il presidente Napolitano che consegna la bandiera alla Vezzali, eccetera eccetera. Se ne parla da mesi, della portabandiera azzurra, ai miei tempi non era così...».
E come andò?
«Andò che i dirigenti si riunirono, adesso non ricordo quanto mancasse alle Olimpiadi, e decisero che sarei stata io a portare la bandiera durante la cerimonia di apertura».
Il primo pensiero?
«Mi ricordo la sorpresa, non me l'aspettavo, anche perchè non è che vivessi un grande momento. Avevo fatto il minimo, era la mia quarta Olimpiade, ma sulla carta non andavo certo per una medaglia, nè per difendere il titolo, conquistato a Mosca quattro anni prima. Certo, mi fece molto piacere essere scelta tra tutti gli atleti italiani, un significato doveva pur averlo, no?».
Emozionata?
«Mah, più che altro era l'orgoglio di rappresentare il proprio paese, la responsabilità di essere all'altezza. Forse anche quella scelta, alla fine, mi diede la carica per dare il massimo quando poi arrivò il momento della gara».
Ricordi della cerimonia?
«Tanti» (E scoppia a ridere). «Il caldo, ad esempio. Anche perchè ci avevano dato una divisa che con quella temperatura c'entrava poco...».
L'aveva disegnata Valentino...
«Ah, questo sì, era la prima volta che un grande stilista avvicinava la Nazionale, eravamo eleganti, questo sì. Ma il tessuto ve lo raccomando. Una volta si usava questo tessuto che chiamavano "fresco lana". Fresco sì, ma era pur sempre lana. Beh, fu una sofferenza, un caldo incredibile. E poi, la durata, il cerimoniale, il prima, il dopo, con l'idea che il giorno dopo ci fossero le qualificazioni per la finale dell'alto... Magari, pensavo, pagherò anche questa stanchezza...».
Allora la Pellegrini non ha fatto male a rinunciare...
«Non so, ognuno decide con la propria testa, in base a quello che sente. Posso solo dire che se io tornassi indietro, la rifarei, eccome se la rifarei. Essere la portabandiera dell'Italia alle Olimpiadi non succede tutti i giorni e non succede a tutti. Adesso che mi ci fate pensare, mi sento ancora orgogliosa di averlo fatto. E, detto tra noi, penso pure di averlo meritato».
In ogni caso, quella stanchezza non influì sul risultato...
«No, anzi, forse, come ho detto, mi diede una carica speciale per fare quello che mai avrei pensato. Anche perchè, a un certo punto, non avevo grandi sensazioni e così avevo abbandonato il ritiro della Nazionale, ero andata ad allenarmi a casa mia...».
Come, a casa sua?
«Ma sì, avevo problemi a un tendine, "dove vai, mi dicevo, in queste condizioni sarà dura anche qualificarsi, altrochè sogni di gloria". Così, me n'ero andata dal ritiro azzurro, mi allenavo nei prati vicino a casa, "quello che viene, viene».
E poi?
«E poi è successo quello è successo. In pedana a volte ti senti dentro qualcosa che non pensi di avere. A Los Angeles successe proprio quello. E forse, come dicevo, anche il fatto di aver portato la bandiera, di essere comunque stata scelta come simbolo dello sport azzurro, mi diede qualcosa in più. Ero andata senza pensare a niente, mi ritrovai con la medaglia d'argento...».
Arrivano le Olimpiadi, come le seguirà Sara?
«Beh, la cerimonia d'apertura la seguirò di sicuro. E' sempre un momento speciale, ha un grande significato. Poi, seguirò certo qualche gara, anche se lo sport di oggi, non è che mi entusiasmi».
C'è un campione che l'appassiona?
«Di sicuro Tania Cagnotto, nei tuffi. L'ho conosciuta, conoscevo già i suoi, mi sembra una campionessa che interpreta lo sport nella maniera giusta. Senza esasperazioni, senza uscire dalle righe, senza esagerare quando vince o quando perde. Oggi è tutto troppo figlio dello spettacolo. Perfino certe esultanze, faccio fatica a capirle, mi sembrano proprio esagerate. Sarò anche invecchiata, per carità, ma faccio fatica a capire...».
Sara al massimo piangeva...
(Ride). «Quando andava bene, sì, scoppiavo a piangere. Per la soddisfazione del risultato, per aver fatto quello che volevo, per aver dato un senso alla fatica, al lavoro che ci stava dietro. Era quello il mio modo di liberare la tensione, di esplodere. Quando perdevo, invece, non c'era pproprio da piangere, ero incavolata con me stessa, era quello il sentimento prevalente...».
Sara, dovesse scegliere una fotografia, un poster della sua carriera: Mosca o Los Angeles?
«È facile pensare a Mosca, perchè là avevo vinto la medaglia d'oro, il massimo per un'atleta. Però, se ripenso a Los Angeles, a come ci arrivai, a come conquistai l'argento, fu un'emozione grandissima anche quella. Già a 1,97 ero felicissima. Ma ricordo che quando andai oltre i 2 metri, mi dissi "Sara, hai avuto troppo dalla vita". Saltai ancora, dopo, ma ormai non c'ero più. Era troppo bello e troppo forte quello che provavo». Lì si poteva anche piangere... «E infatti, ho pianto...».
Raffaele Tomelleri
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